Michela Buscemi, parla la donna che sogna di battere la mafia

L'intervista all'autrice di “Nonostante la paura”, libro edito dalla Meridiana di Molfetta

Attualità
Molfetta giovedì 08 marzo 2012
di Palma Salvemini
© Palma Salvemini
Nell’aula intitolata a Beniamino Finocchiaro nella fabbrica di San Domenico, lunedì 5 marzo, si è parlato del rapporto tra donne e mafia. in un incontro organizzato dalla casa editrice La Meridiana- che quest'anno festeggia i suoi 25 anni - , dalla Consulta femminile a dall'Azione Cattolica.

Da un lato, le donne che hanno denunciato la mafia come Michela Buscemi; dall’altro, quante invece spesso rivestono un ruolo centrale all’interno delle organizzazioni malavitose, come nel caso della mafia del Gargano. Moderato da Enzo Magistà, Direttore del TgNorba 24, il dibattito ha visto tra i relatori, oltre alla Buscemi, Domenico Seccia, procuratore capo di Lucera.

Abbiamo intervistato Michela Buscemi.

A causa della mafia lei ha perso due dei suoi fratelli: Salvatore e Rodolfo. Perché i suoi fratelli erano persone scomode alla mafia?
«Lo era soprattutto il più piccolo, Rodolfo, perché voleva scoprire chi fossero stati gli assassini di Salvatore e così prima lo hanno avvertito, poi lo hanno fatto sparire insieme a suo cognato Matteo, fratello della moglie, un ragazzo di 18 anni. Hanno ucciso tutti e due. Quando più tardi il pentito Vincenzo Sinagra ha parlato, abbiamo saputo che fine avevano fatto».

Cosa è successo a Rodolfo?
«Lo hanno portato nella camera della morte dove di solito torturavano le vittime e le scioglievano nell’acido. Hanno torturato Rodolfo e Matteo, poi li hanno strangolati. Avrebbero dovuto scioglierli nell’acido ma siccome non era di buona qualità, hanno deciso di buttarli a mare. Così una notte li hanno gettati in un cunicolo profondo ottanta metri. Per i primi trenta era un po’ più largo, per gli altri cinquanta, così stretto che quando è sopraggiunta la Marineria italiana per recuperare i corpi, non si è voluto rischiare in quanto esisteva il pericolo di rimanere intrappolati».

E Salvatore invece?
«Salvatore è stato ucciso perché, essendo disoccupato e padre di quattro bambini, un giorno è stato introdotto da qualcuno, non dalla mafia altrimenti non l’avrebbero ucciso, nel contrabbando delle sigarette. Ma agiva senza il consenso della mafia, e per questo la mafia lo ha ucciso».

Indirettamente la mafia ha anche causato la morte di Rosetta, vedova di Rodolfo, che si è lasciata morire dal dolore.
«Sì, aveva solo 21 anni, si è lasciata morire abbandonando due bambini, uno di appena 35 giorni e una bambina di due anni e mezzo. È morta senza sapere la fine che avevano fatto suo marito e suo fratello».

Quando fu istruito il maxiprocesso contro la mafia, nato dalle intuizioni di Falcone e Borsellino, lei fu l’unica della famiglia a costituirsi parte civile. I suoi familiari non l’hanno appoggiata. Ma hanno anche tentato di dissuaderla dal prendere questa decisione?
«Sì, soprattutto mia madre, incitata dai miei fratelli, sorelle e cognati. Invece io insistevo perché lei si costituisse parte civile insieme a me. Un giorno per telefono mi augurò che uccidessero i miei figli così da poter provare il suo stesso dolore».

Da allora in poi si sono interrotti i vostri rapporti?
«Da quel giorno mia madre è morta per me, e con lei tutto il resto della famiglia».

All’epoca del processo c’è stato qualcuno che l’ha appoggiata?
«Sì, sono stati accanto a me l’associazione Donne siciliane contro la mafia, di cui poi sono entrata a far parte e la cui presidente Giovanna Terranova, vedova del giudice Terranova anche lui ucciso dalla mafia, è morta quest’anno all’età di 91 anni, lasciandomi un grande dispiacere, e il Centro Impastato, che mi hanno dato molto conforto. E, più tardi, l’associazione Libera di cui sono entrata a far parte. Ogni anno, Libera, organizza la giornata della memoria, quest’anno si terrà a Genova. Allora eravamo solo tre o quattro persone a presenziare come parenti delle vittime della mafia, oggi invece siamo in più di trecento perché l’associazione si interessa anche di coinvolgere i parenti, compresi quelli che hanno diritto ad un indennizzo. Io, voglio specificare, non ho avuto mai niente, perché non sono una moglie o una madre. Ho avuto soltanto delle conseguenze perché allora avevo un bar e la mafia, per non farci parlare, ci ha messo una bomba. È stata una cosa terribile. Però se ognuno di noi non fa la sua parte, la mafia non si potrà mai sconfiggere».

Il 17 marzo del 1989, durante il processo di appello, dopo aver ricevuto l’ennesima minaccia, si presentò in aula dichiarando di rinunciare a costituirsi parte civile.
«Si avvicinava la Pasqua e una sera ricevetti una telefonata in cui una voce camuffata diceva: “Signora, si ritiri dal processo, è meglio per lei, altrimenti prima di Pasqua avrà un morto in famiglia”. Mentre gridavo: “Chi è lei, chi è lei”, cadde la comunicazione. Mi girai e vidi mia figlia, ancora in piedi, che mi guardava con gli occhi sbarrati dalla paura. Lì capii che si trattava di una minaccia che poteva essere messa in atto. Parlai con le associazioni contro la mafia che mi consigliarono un consulto con l’avvocato. Il suggerimento fu di ritirarmi, accettai ma risposi che volevo andare in aula a spiegarne il motivo».

Nonostante quella rinuncia, la sua ribellione però continua perché porta la sua testimonianza in giro per l’Italia.
«Sì. Beh una gamba me la sono rotta nel campo dell’antimafia perché durante un incontro organizzato da Libera a Palermo, stavo scendendo le scale, sono caduta e mi sono rotta il femore. Purtroppo ora cammino con il bastone ma nonostante questo vado in qualsiasi posto, basta che mi paghino il viaggio perché non ho soldi».

Cosa si aspetta dagli incontri-dibattiti cui partecipa?
«Penso che sia utile per fare capire cosa fa la mafia e cosa può accadere. Quando vado dai ragazzi, nelle scuole, vedo che mi ascoltano con interesse e la mia speranza è che almeno qualcuno di loro, se ha genitori che fanno parte di queste organizzazioni, vada a casa e pensi con la sua testa. Io l’ho fatto sin da bambina».

Nel ’95, ha deciso di raccogliere la sua esperienza in un libro, dal titolo “Nonostante la paura”, edito da La Meridiana, recentemente ripubblicato.
«Il libro parla della mia storia, dei miei fratelli ma anche di quando ero ragazzina e non potevo studiare anche se ne avessi la volontà, perché non c’erano i mezzi economici».

Le è costato molto mettersi a nudo, essere così sincera anche per il periodo dell’infanzia fatto di povertà e molestie?
«Sì, mi è costato lacrime perché mentre scrivevo piangevo. Pure adesso non posso leggere il mio libro perché scoppio a piangere. L’ho scritto perché volevo mandare un messaggio alle persone che soffrono, che sopportano soprusi e violenze entro le mura domestiche perché spesso queste provengono da padri, fratelli o zii. Ce ne sono tante di storie in cui i parenti violentano figlie, nipoti ecc. Questo è il messaggio per i giovani: di ribellarsi, di non cedere alle violenze e parlare, soprattutto con gli inquirenti. Se si tratta del padre, non serve parlare con la madre perché la madre difende il marito come è successo a me. Alla fine lei si è rivolta contro di me: invece di difendermi, ad un certo punto, era quasi diventata gelosa, come se fossi io a suscitare quei “sentimenti”».

Nel libro c’è anche una poesia in dialetto siciliano, di cui lei è autrice, intitolata “La morte della mafia” in cui dice di sperare un giorno di potersi svegliare e di accorgersi che la mafia non esiste. Oggi, quando apre gli occhi e vede che la mafia c’è ancora, che cosa prova e qual’ è il suo atteggiamento?
«Quando apprendo la notizia che sono stati arrestati dieci o venti mafiosi mi sento più sollevata ma appena ne prendono uno, ce ne sono altri dieci pronti a prendere il comando. Tuttavia penso che non si debba mai allentare la presa con la mafia».

Quindi la mafia potrebbe morire?
«Se lo vogliamo sì, dobbiamo però volerlo tutti e bisogna partire dalle scuole, con l’insegnamento della legalità».
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