PREMESSA
La presente ricerca è stata realizzata nell’anno scolastico 1995 – ’96 dagli alunni della classe II A della Scuola Media “C. Giaquinto” ed ha avuto come quadro di riferimento le esperienze, che in quegli anni vedevano scuole di ogni ordine e grado attivare “adozioni” di monumenti.
L’obiettivo era quello di promuovere nelle giovani generazioni una più ampia consapevolezza del valore insito nel patrimonio storico – artistico e, insieme, di sviluppare una maggiore sensibilità alla sua salvaguardia e valorizzazione.
Avvicinarsi all’intero nucleo urbano antico e qui selezionare ed analizzare un elemento architettonico di particolare pregio, implicò attività di studio e di ricerca che, investendo molteplici aspetti, dallo storico – iconografico all’urbanistico - ambientale, attraversarono trasversalmente le discipline curricolari.
In quegli anni andava svegliandosi una più forte attenzione ai temi della rigenerazione del fragile tessuto urbano del centro antico e si attivarono le prime concrete iniziative di recupero abitativo di alcuni edifici di pregio, a partire da quelli di via Sant’Orsola, mentre il palazzo Nesta di via Morte, tra i più belli di Molfetta vecchia, giaceva ancora in stato di grave degrado.
Non fu, dunque, casuale la scelta di “adozione” fatta dai ragazzi.
Il lavoro venne poi pubblicato nel primo numero della rivista “Studi molfettesi” del Comune di Molfetta, diretta dal prof. M.I.de Santis. (prof. E. Mongelli, responsabile del progetto, dott. Pasquale Caputi, uno degli alunni protagonisti della ricerca).
FONTI BIBLIOGRAFICHE
Varie fonti bibliografiche ci permettono di delineare, anche se in maniera frammentaria, la storia della famiglia Nesta, risalendo fino alle sue ipotetiche radici fiorentine. Le notizie sulle origini di questa nobile famiglia ci vengono fornite da uno storico molfettese dei primi del secolo XVIII, Francesco Lombardi, nel suo libro "Notizie istoriche della città e vescovi di Molfetta".
Richiamandosi ad una fonte documentaria ormai perduta, un manoscritto di Cesare Monna, Lombardi ci informa che i Nesta di Molfetta avrebbero avuto legami con la nobile famiglia fiorentina degli Honesti, che tra i suoi personaggi illustri vantò San Romualdo.
Nel 1550 il molfettese Francesco dei Nesta ricevette il titolo di nobile del Sacro Romano Impero da Filippo II di Spagna, figlio di Carlo V, che aveva voluto così premiare la famiglia per la fedeltà dimostrata all'imperatore.
Insieme al titolo nobiliare ai Nesta fu consentito di fregiarsi di uno stemma di famiglia.
Fra il XVI e il XVII secolo i Nesta ricoprirono ruoli importanti nella vita della città: ricchi proprietari terrieri, ebbero molti dei loro membri nel Clero e nel Capitolo Cattedrale. Gaetano de Luca nella sua "Storia di Molfetta" cita un Andrea de' Nesta, gesuita ed esperto nelle lingue orientali, che andò missionario in Oriente, nella Mengrelia e non fece più ritorno, forse "...massacrato da quei barbari".
La stessa notizia si ritrova nel "Saggio storico della città di Molfetta" di Antonio Salvemini, che ci informa anche sulle opere compiute dai Nesta nel XVIII sec. Corrado Maria Nesta, con un lascito testamentario del 12 dicembre 1788 destinava 4000 ducati al Conservatorio delle orfanelle, da impiegarsi per il mantenimento di "tre zitelle" e per l'acquisto annuale di sei letti, ciascuno per altrettante ragazze povere prossime a sposarsi. Inoltre, in suffragio della propria anima, Corrado Nesta chiedeva che fossero celebrate 118 messe.
C. Pappagallo nel suo libro "Torri e masserie fortificate a Molfetta", cita:
Giuseppe de Nesta, che nel 1609 acquista nella contrada "Ciccalorio" un fondo in cui era presente "Una torre lamea", la torre Cicaloria;
il primicerio Donato di Giacomo de' Nesta, che nel 1523 possedeva una parte della Torre Villotta;
Giovanni Francesco de' Nesta ,che nel 1542 possedeva un fondo a "Turris Villotta qui dicitur lo canale di Piczullo" ed insieme a Francesco Gadaleta un trappeto, un mulino e la Torre Villotta. (foto 1)
FONTI DOCUMENTARIE
Perché una ricostruzione storica sia attendibile, è necessario fondarla sui documenti che, però, nel caso della nostra città, sono andati in gran parte perduti durante il Sacco del 1529.
Della famiglia Nesta rimangono, tuttavia, documenti compresi tra il XVI e il XVIII sec., catalogati in gran parte da Pappagallo.
Si tratta di Apprezzi, Catasti e Atti Notarili, che se da un lato non permettono di ricostruire analiticamente la storia della famiglia, dall'altro ci aiutano a individuare, a grandi linee, la condizione dei Nesta nella società molfettese.
Si trattava di una famiglia la cui potenza si basava soprattutto sulle proprietà fondiarie, sparse nel territorio molfettese e su proprietà immobiliari tra le quali le più significative per la nostra ricerca sono risultate quelle del Primicerio don Donato de' Nesta in via S. Andrea (Apprezzo 1523) e di Antonio de' Nesta in via Forno di S. Andrea, l'odierna Via Morte (Apprezzo 1542- catasto 1561). Proprio in Via Morte è situato il Palazzo Nesta che è oggetto dei nostri studi.
Dai documenti risulta inoltre che i Nesta svolsero importanti ruoli nel Capitolo Cattedrale, nel quali ricoprono diverse cariche e dignità, come il Primicerio don Donato de' Nesta (Apprezzo 1523), il Canonico Corrado Maria de' Nesta (Atto Notarile 1768, notaio I. Mastropasqua), il Sagrista Nicola Maria de' Nesta (Atto Notarile 1768, notaio L.C. Massari), il Sagrista Corrado Maria de' Nesta (Atto Notarile 17906, notaio S. Rotondo).
Sull'iscrizione del Palazzo Nesta di Via Morte n° 28 è inciso il nome del suo fondatore, Donatus, che potrebbe essere proprio il Primicerio nominato nell'Apprezzo del 1523 e anche nel manoscritto "Famiglie molfettesi" del notaio Muti nel quale, al foglio 376 r., si legge che nel 1516 "D. Donato de Jacopo de Nesta fu investito del Primiceriato per morte del Primicerio per mano da D. Giovanni Andrea Vicario di Mons. Alessio".
Lo stemma della famiglia Nesta nelle fonti documentarie e bibliografiche (foto 2)
Nell'Archivio di Stato di Napoli è conservato un fascicolo intitolato "Concessioni e riconoscimenti di Nobiltà e di Stemmi" che era utilizzato dalla Commissione Araldica Napoletana per esprimere pareri, quando veniva consultata in materia di araldica.
Nel fascicolo è trascritto il diploma di concessione del titolo nobiliare a Giovan Francesco Nesti "De civitate Melphicia", emanato da Bruxelles il 31 maggio 1550 e reso esecutivo il 2 ottobre 1550. Nel diploma si fa riferimento allo stemma dei Nesta in cui compaiono "...duas Aquilas imperialis nigras cautisque expansis in medio quarum interposita crux rubea...".
Un'importante fonte bibliografica che ci ha fornito notizie sullo stemma dei Nesta è il libro "Notitie istoriche della città e dei vescovi di Molfetta" di Francesco Lombardi. Sappiamo che l'autore ha consultato il manoscritto di Cesare Monna, ormai perduto e da tale fonte apprese che a Francesco Nesti fu concesso da Filippo II di Spagna di alzare uno stemma con "due Aquile nere in campo d'oro tramezzate da una Croce Rossa, e nella parte di sotto, il Pesce Pertica galleggiante su l'onde".
I Nesta diventavano così nobili del Sacro Romano Impero, per "mercede de' Militari servitij" e per la fedeltà mostrata all'imperatore Carlo V.
Anche nei dizionari storico - blasonici è possibile rintracciare la descrizione dello stemma dei Nesta. In particolare Edgardo Noya di Bitetto, nel suo "Blasonario generale di terra di Bari" così descrive o stemma: "Arma: D'azzurro, ad una croce di rosso, accostata da due aquile spiegate e confrontate di nero. Alias: Spaccato: nel 1° d'oro, alla croce di rosso, accostata da due aquile di nero; nel 2° marinato d'azzurro e d'argento, al pesce pertica galleggiante al naturale".
La Famiglia Nesta nel Ms "Famiglie molfettesi" del notaio Muti
Si ringrazia per la disponibilità il Direttore della Biblioteca Comunale di Molfetta, dott. Lorenzo de Cosmo
Nelle 7 pagine dedicate ai Nesta, fitte di notizie che Muti ha raccolto consultando antichi atti notarili, emerge la presenza a Molfetta di questa famiglia sin dal XV sec.
Muti ha consultato gli atti dei notai Giovanni Monna, Gaspar de Monna, Angelo Azzarito, Angelantonio Rubino, Il notar Cavalletti, i Catasti del 1493, 1542, 1561, 1578, 1617.
Ai primi del 1400 risale una curiosa notizia che è presente nella pagina 375 versus del manoscritto: Muti riferisce di "Instrumementa dotalia" del notaio Andrea Retico e dei patti dotali di una certa "Nesta Magistrii Antonii de Caratani". Riferendosi a tale Nesta, il nostro notaio conclude :"Ecco che questa famiglia prende la sua documentazione da una donna chiamata Nesta".
Tra le tante curiosità che Muti ci tramanda, ce n'è una del 1503 letta nelle carte del notaio Giovanni Monna e riguardante una "Martidiana cum Africis", ossia un particolare tipo di imbarcazione che i Sindaci di Molfetta permisero ad Angelillo de' Nesta di utilizzare per i suoi commercio.
Infine in un atto del 1511 del notaio Gasparro de Monna, compare Donato de' Nesta, il fondatore del nostro palazzo e proprietario terriero, che vende "...miliaria ottoginta tria et stara tredici olii clari et ialli..." al mercante tranese Julio de Gello, abitante in Bari.
Nelle carte del notar Giovanni de Munno, nel 1516, il Muti rileva che "D. Donato de Jacopo de Nesta fu investito del Primiceriato per morte del Primicerio per mano da D. Giovanni Andrea Vicario di Mons. Alessio". Nel Catasto del 1561 sono indicati diversi "Foretani" fra i Nesta, fra questi "Joanne de Angelillo de Nesta foretano",
Il "Clericus Pascarellus de Nesta" compare nel Catasto del 1578.
Diversi "Gentiluomini" compaiono nel Catasto del 1617 nel quale Muti trova, ad esempio, "GianMaria de Nesta Gentiluomo, vive d'entrate, alfiere di battaglione, moglie Lucrezia Lepore, ha tre figli Giovanni, GianGiacomo, una femmina", e "Vittoria de Nesta Gentildonna vergine in capillis".
Infine negli atti del notar Cavalletti, nel 1664 Muti segnala un "D...Nesta Sagrista", dunque un altro membro che occupava un'importante dignità nel Capitolo Cattedrale.
Lettura artistica dell'Edificio (Foto 3- 4- 5-6)
Premessa
Il palazzo Nesta, sorto o ampliato nel periodo successivo al Sacco francese del 1529, è un'espressione artistico-architettonica tardo-rinascimentale, che nel tempo ha subito diverse trasformazioni dovute alle sopraelevazioni e all'apertura nella facciata NE di ampie finestre.
Oggi, purtroppo, lo stato di degrado non consente di ammirare in pieno la bellezza di un tempo, infatti è possibile vedere solo la facciata prospiciente su Via Morte, essendo chiusa Via S. Andrea e inaccessibile l'interno, attualmente in restauro.
La facciata in Via Morte
Il basamento è lungo all'incirca 21 mt., l'altezza si aggira intorno ai 9 mt. Il paramento murario è costituito da blocchi di pietra lavorata in vari modi, tra i quali spicca il bugnato a punta di diamante.
Tre lunghi cordoli ripartiscono la facciata in quattro livelli, nei quali si aprono un ampio portale, varie finestre e, al terzo livello, due spaziose arcate corrispondenti ad un loggiato ormai scomparso.
Il portale, che è decentrato, presenta lateralmente due lesene scanalate, costituite da quattro blocchi e interrotte alla base, che risulta molto irregolare.
Le lesene sono sormontate da due capitelli finemente decorati, quello si sinistra con due teste di ariete, una rosetta e foglie d'acanto, quello di sinistra con volute e varie decorazioni fitomorfe.
Nella chiave di volta dell'arco è ben visibile un tondo dal margine intrecciato, in cui è inscritto il monogramma di Cristo sormontato da una omega e circondato da un sole raggiato: è il simbolo della Compagnia di Gesù.
La trabeazione superiore, arricchita da una mensola sporgente, porta incisa la seguente iscrizione: "Condidit has aedes Donatus Nesta nepoti qui fuerant primus cantor in Ecclesia".
In alto, al centro del portale, è situata una edicola in pietra, che raffigura la Vergine avvolta da un ampio manto drappeggiato, con la testa chinata teneramente verso il bambino, del quale stringe il piedino.
Il bugnato, che è l'elemento dominante di questa facciata, colloca il palazzo nello stile tardo-rinascimentale. I conci di pietra, disposti in sette file, in numero complessivo di 460, sono diversi nelle misure e nelle forme e si possono classificare nei seguenti tipi:
Bugne a base rettangolare, a punta di diamante;
Bugne a base quadrata, a punta di diamante;
Bugne doppie;
Bugne a tronco di piramide;
Bugne a punta di diamante; incise in prossimità del vertice;
Una bugna a base rettangolare con rilievo arrotondato.
La conformazione diversa delle bugne - dovuta probabilmente al materiale era< disponibile sul mercato o al riutilizzo di vecchi conci - dona movimento, armonia, luminosità, alla facciata.
Tra due balconi, privi ormai dell'inferriata, si trova una piccola mensola elegantemente decorata con un intreccio di archetti, volute e foglioline.
All'ultimo livello si intravede un altro bassorilievo col sole raggiato e il monogramma di Cristo.
La facciata in Via S. Andrea
Attualmente via S. Andrea è inaccessibile ed oltre il muro che la chiude è possibile intravedere l'alta vegetazione spontanea che la invade.
Una descrizione della facciata SO del palazzo è quindi possibile solo attraverso le foto d'archivio, forniteci da Cosmo Andriani e Nino Cascarano.
Si può così scoprire l'elemento forse più famoso del Palazzo Nesta: l'ampio arco chiuso da una grande vetrata, quasi integra nella foto risalente agli anni sessanta, ormai spoglia in quella del 1984. Non sappiamo in quale stato di degrado si trovi attualmente.
La finestra presenta forme semplici e raffinate, con pilastri laterali sormontati da capitelli a volute. Uno degli ultimi abitanti del palazzo ricorda che la finestra era fonte di luce per la cucina dell'appartamento del secondo piano.
Il cortile
Il palazzo è dotato di un cortile interno e di una elegante scala in pietra che conduceva ai piani superiori. Ciò che resta si può osservare solo attraverso le fotografie risalenti al 1984: una colonna con un capitello decorato, archi ed un ambiente con una volta a botte, che s'intravede tra la vegetazione e che potrebbe corrispondere alla stalla citata in un atto notarile del 1878, forniteci dalla signora Maria Palombella.
Altri particolari d'interni sono costituiti dal soffitto di legno decorato a caratteri geometrici, sito al primo piano ed una veduta ad acquerello dei primi del Novecento, raffigurante una marina, sul soffitto di un ambiente del secondo piano, che corrispondeva, sempre secondo la testimonianza dell'ultima abitante, alla camera da pranzo.
Tre edicole votive a confronto (foto 7)
L'edicola votiva posta sul portale del Palazzo Nesta raffigura la Vergine avvolta da un ampio manto drappeggiato, con la testa teneramente chinata verso il Bambino, del quale stringe il piedino.
Essa è una delle tante raffigurazioni della Vergine esistente in città.
Grazie alle indicazioni del signor Corrado Pappagallo che ha studiato l'edicola posta sull'atrio di accesso del cortile della Basilica della Madonna dei Martiri e quella situata all'ingresso della città vecchia, abbiamo potuto cogliere tra le tre edicole delle analogie.
Dallo studio di Pappagallo "una scultura del secolo XVI a Molfetta", apprendiamo che l'edicola più antica, quella della Madonna dei Martiri, risale al 1547, fu commissionata da don Berardino de Schirica al "magistro Nicola Antonio di magistro Paulo de Catalani di Cassano abitante in terra Corati fabro murario seu scarpillaro", dunque Colantonio di Paolo ne è l'autore.
Dall'iscrizione incisa alla base dell'edicola che è all'ingresso del Centro Antico, si rileva che l'autore è Paolo, probabilmente figlio di Colantonio.
Le due edicole, provenienti probabilmente dalla stessa bottega, sono accomunate da diversi particolari: il globo in mano al Bambino, la cintura annodata in vita alla Vergine, il drappeggio del manto, il piedino del Bambino stretto dalla Madonna.
Tutti questi elementi, tranne il globo in mano al Bambino, li ritroviamo nell'edicola del Palazzo Nesta, che si colloca nella seconda metà del XVI secolo.
Potrebbe essere anch'essa frutto del lavoro degli stessi maestri lapicidi?