Le feste patronali
al tempo del Coronavirus
Festeggiare il santo patrono è un momento per riscoprirsi comunità.
In Puglia è sinonimo di luci, colori, musica, devozione, cibo, ma anche fuga.
Ma quest'anno la pandemia ha relegato tutto nelle chiese

Testo di: Stefania Leo

Foto di: Simone Angarano (Associazione Festa Maggiore Terlizzi), Valentina D'Agostino, Oltre l'obbiettivo di Francesco Vallarella


Il santo e la comunità

La festa in onore del santo patrono rappresenta per le città pugliesi un momento di incontro per la comunità, di folclore, di spiritualità e ferventi tradizioni. C'è chi, sin dalle prime ore dei giorni di festeggiamento, si dedica anima e corpo alle celebrazioni religiose e alle processioni. Non importa quanto sia sparuto il corteo: loro sono lì, con paramenti e abiti rituali indosso, a portare a spasso le statue votive. Li accompagna, solerte e gioiosa, la banda da giro. Non mancano giostre, bancarelle, musica dal vivo, zucchero filato e palloncini. Se c'è chi ama lasciarsi coinvolgere dalla frenesia di queste giornate, c'è anche chi fugge dalla calca, dai suoni assordanti, dalla troppa gente per le strade. Anche questo fa parte del gioco.

La festa in onore del santo patrono rappresenta per le città pugliesi un momento di incontro per la comunità, di folclore, di spiritualità e ferventi tradizioni. C'è chi, sin dalle prime ore dei giorni di festeggiamento, si dedica anima e corpo alle celebrazioni religiose e alle processioni. Non importa quanto sia sparuto il corteo: loro sono lì, con paramenti e abiti rituali indosso, a portare a spasso le statue votive. Li accompagna, solerte e gioiosa, la banda da giro. Non mancano giostre, bancarelle, musica dal vivo, zucchero filato e palloncini. Se c'è chi ama lasciarsi coinvolgere dalla frenesia di queste giornate, c'è anche chi fugge dalla calca, dai suoni assordanti, dalla troppa gente per le strade. Anche questo fa parte del gioco.

La festa patronale è un'occasione per rinnovare lo spirito identitario di una comunità, riscoprendo elementi di base della cultura e delle tradizioni che non si vogliono perdere. Ci si ritrova a chiedere protezione al patrono, un piccolo o un grande miracolo, la realizzazione di un sogno o solo per un piccolo svago. Ma si è lì, tra luci e colori, nelle notti estive dedicate ai santi.

Perché festeggiamo il santo patrono

Ci sono alcuni elementi ricorrenti che uniscono l'Italia. Se il cibo, codificato in Italia da Pellegrino Artusi, ha unito Nord e Sud ancora prima della lingua, anche le feste patronali tessono un filo rosso che attraversa tutto il Paese. La parola patrono deriva dal latino patronus, che sta per protettore, e da pater, che sta per padre. Nell'antica Roma meritava tale appellativo un cittadino di una certa autorevolezza, capace di offrire protezione. Il potere ultraterreno dei santi celebrati è quasi sempre legato a miracoli compiuti dagli stessi, da vivi o da morti, a beneficio della comunità. La fine di una pestilenza, l'approdo in una terra redenta dal male e dagli invasori, le opere di bene fatte in un luogo, un'apparizione mariana o il ritrovamento di una reliquia o di un'icona: per ricordare questi eventi, le comunità dedicano una o più giornate durante l'estate alle celebrazioni del proprio Santo Patrono.

Prima i santi, poi i miracoli: il caso di San Corrado

Non ci sono sempre miracoli o eventi particolari a scatenare la devozione verso un santo patrono. A volte sembra più il concreto bisogno di unirsi nel credere in qualcosa di ultraterreno che possa salvare e redimere. La storia di San Corrado, santo patrono di Molfetta, a suo modo lo dimostra. Si narra che Corrado il Guelfo nacque tra il 1105 e il 1106 a Ravensburg. Terzogenito di Enrico IX detto il Nero e di Wulfilde di Sassonia, non era destinato ad ereditare i possedimenti del padre. Per questo venne avviato a una brillante carriera ecclesiastica. Ma come successo ad altri predestinati, scelse la via più difficile, abbracciando la vocazione monastica. A colpirlo, la predicazione di Arnoldo, abate del monastero cistercense di Morimond, in Francia. Senza il consenso della famiglia abbandonò Colonia, le ricchezze e gli agi del suo rango, per diventare monaco cistercense. Si dice che il futuro San Corrado intraprese un pellegrinaggio verso Gerusalemme con l'abate Arnoldo, che voleva fondare un nuovo monastero in Terra Santa. Ma l'iniziativa svanì molto presto e forse i due non arrivarono mai in Israele. Dopo aver visitato tutti i luoghi sacri della cristianità, sentendosi venir meno le forze, Corrado si fermò a lungo a Molfetta, nell'ospedaletto dei Crociati. Qui poté ristabilirsi, per poi spostarsi a Modugno, dove morì sepolto tra gli onori.

Ma c'è una voce fuori dal coro, quella di Bernando di Clairvaux. Secondo il cronachista i cambi di rotta di San Corrado violavano il disegno di Dio. Il primo "peccato" fu l'abbandono dell'avviata vita ecclesiastica. Poi, una volta diventato monaco cistercense, violò la stabilitas loci, che voleva gli appartenenti all'ordine riuniti nel monastero per tutto il resto della vita. Partito alla volta della Terra Santa con l'abate Arnoldo, tornò poi in Europa, morendo giovanissimo. Un'altra fonte degna di menzione è "Historia Welforum" (1170 ca.) una storia anonima redatta ad uso e consumo dei famigliari di Corrado, che invece tesse le lodi di questo figlio della Sassonia, morto a soli 25 anni a Bari. Ma entrambe le fonti sembrano concordare su un fatto: manca qualsiasi riferimento a miracoli compiuti in vita. Ma la venerazione di San Corrado nella città di Molfetta era già attestata dalla prima metà del XIV secolo. Fu l'arciprete Giuseppe Maria Giovene a riconoscere in quel Corrado morto nella grotta tra Modugno e Bari, il giovane nobile di cui parlava San Bernardo di Clairvaux. Giovene creò il racconto agiografico, spiegando il senso della sua venerazione a Molfetta grazie alla sosta presso l'ospedaletto dei crociati della Madonna dei Martiri. I molfettesi iniziarono a seguire l'anacoreta e a portargli del cibo, fino alla scoperta della sua morte. A quel punto lo traslarono in città, seppellendolo nell'antica cattedrale. Ma dal racconto di Giovene affiorano alcune incongruenze: anzitutto posticipa l'anno della morte al 1154 o 1155, invece del 1126, indicato nell' Historia Welforum, per giustificare la presunta età matura di Corrado. Corrado, secondo Giovene, non sarebbe morto a 25 anni ma a 50. Ma l'indagine medica svolta nel 2007 ha accertato che San Corrado le ossa sono appartenute a un giovane uomo di età compresa tra i 20 e i 25 anni. Le date svelano un altro falso storico: il santo non avrebbe soggiornato all'ospedaletto della Madonna dei Martiri perché costruito solo nel 1162, quando il santo era ormai morto. In anni recenti altri studiosi hanno cercato di ricostruire con maggiori dettagli il viaggio di San Corrado.

Secondo gli studiosi del santo, i prodigi legati al patrono sono tutti postumi. Lo studioso De Luca nel suo Tractatus de linea legali spiega che il favore divino goduto dal santo ha avuto un ruolo importante nel salvare la città dai nemici francesi. Un altro miracolo attribuito a San Corrado è il salvataggio di un'imbarcazione con quattro pescatori, finita in balie delle onde a causa di una tempesta. A lui si ricorre non solo nei momenti difficili della propria esistenza, ma soprattutto quando l'intera comunità è in pericolo. Come scrive lo studioso Luigi Michele De Palma, «Corrado difende la città dai nemici; Corrado preserva Molfetta dalla peste; Corrado fa scendere la pioggia per bagnare l'aratura dei campi». A quasi 900 anni dalla sua morte, non c'è ancora un pieno accordo sui fatti della vita di questo monaco. Ciò che non si discute è la devozione di Molfetta al suo patrono.

Il primo patrono di Bari

Oscurato dalla fama di San Nicola, San Sabino è una figura che rimanda a pagine ancora più antiche della storia della città di Bari. Le reliquie del santo vescovo di Canosa sono giunte a Bari nel IX secolo. Fu eletto patrono della città ben prima di San Nicola per i suoi meriti di ministero episcopale, ma anche per tanti eventi prodigiosi attribuiti a lui. Secondo il sacrista barese Michele Cassano San Sabino morì a Canosa il 9 febbraio del 566 d.C. all'età di 105 anni, dopo 52 anni di episcopato. Dopo varie traversie il suo corpo fu sepolto nella cattedrale di Canosa, ma nel IX secolo parte dei suoi resti furono traslati nella cattedrale di Bari per volere del vescovo Angelario. Da quel momento la chiesa lo elesse a suo patrono. La fama di San Nicola mise in ombra quella di San Sabino, che a Bari non ha una sua festa.

Tra sacro e profano: il carro della Festa Maggiore di Terlizzi

Tra le tradizioni degne di nota nelle feste patronali pugliesi, c'è quella del Carro Trionfale di Terlizzi. Rito a metà tra il sacro e il profano, questa macchina da festa sfila durante la Festa Maggiore, in estate, lungo il percorso che costeggia le vecchie mura medievali. Sul carro viene portata in processione l'icona nera della Madonna di Sovereto. Ritrovata in una grotta nel 1045, questa immagine sacra resta nella cattedrale di Terlizzi per tutto l'inverno. Il 23 aprile viene portata nel suo piccolo santuario, eretto nel luogo del ritrovamento. Accanto a un ferreo impianto di processioni, la sfilata del carro costituisce il momento culmine della Festa Maggiore. Nel volume Sovereto. Tra identità e occultismo. La Festa Maggiore di Terlizzi (tradizioni popolari in Puglia), Gaetano Valente ricostruisce le origini del Carro Trionfale. Creato dal sindaco "pittore" Michele De Napoli e realizzato dallo scenografo Affaitati nel 1868, da quasi 150 anni stupisce e affascina terlizzesi e non. La prima edizione della festa della quale si ha traccia scritta, risale al 1749. Le prime prove fotografiche risalgono al 1931. Sul carro trionfale, alto 22 metri, c'è anche un simulacro di San Michele Arcangelo, altro importante patrono della città. Sulla costruzione mobile sono accolti numerosi bambini, selezionato dal comitato organizzatore della festa patronale.

Sotto il carro, sessanta persone spingono le travature delle ruote, mentre i timonieri si alternano alla guida del carro. È simbolo di grande prestigio guidare la macchina da festa: il privilegio viene conteso e gestito da alcune famiglie della città. Dopo il sorteggio, il clan affida il compito di guidare l'icona della Madonna in giro per la città al più giovane e forte della famiglia. I timonieri indossano una bandana sul capo, una camicia larga chiusa con un nodo alla vita e dei pantaloni alla zuava. Il carro compie un giro nel centro storico medievale, attorno alle antiche mura, affrontando quattro curve abbastanza impegnative, perché tutte con minime pendenze. La bravura del timoniere e della sua squadra dà prestigio all'intera famiglia. Dietro il carro, centinaia di persone seguono l'impresa tra nenie, preghiere e urla di incitazione e giubilo.

Lotta tra confraternite: u spacchachiànghe a Corato

Accanto al santo patrono, ancor prima dei fedeli, ci sono le confraternite. Cultori delle tradizioni di culto e attenti rappresentanti dei propri protettori, vivono con particolare ardore i preparativi e i momenti religiosi della festa. Le processioni sono il momento culminante di queste giornate e tutti stanno ben attenti a fare la propria parte senza prevaricare sugli altri gruppi. Per risolvere il problema, in passato a Corato fu istituita l'usanza dello spaccachiànghe. «La festa di San Cataldo prevede tre processioni: due per la traslazione della statua lignea dalla Chiesa Matrice al chiostro del Comune, e una per portare alla cittadinanza il busto argenteo – spiega Gerardo Strippoli, presidente di Pro Loco Corato – Sin dai tempi antichi le confraternite più antiche di Corato, quella di San Giuseppe e quella del Carmine, hanno deciso di dividersi questi momenti. Ad anni alterni c'era chi scortava il santo di legno il sabato, chi il lunedì. Per la processione della domenica veniva apposta una borchia di ottone tra due chianche di basalto – il famoso spacchachiànghe – per segnare il momento in cui i due gruppi potevano darsi il cambio». Il cambio esiste ancora oggi, ma della borchia di ottone non c'è più traccia.

La festa patronale e il vernacolo:
“San Càtalle”

Inde a tre die du màise d'aguste,
quanne fasce calle, tande ca t'arruste,
u paise se mette a feste
e u Stradone de lusce se veste.
È na cause eccezionale:
se tratte de la festa patronale,
per l'onore du patrune de Quarate;
San Catàlle è u festeggiate,
u Sande ca n'è date tande affette
da quanne fascì scappà re cavallette.
Tutte le quaratine ce tènnene assè
e pe l'occasiòne vènnene da 'dongàtè,
Grenoble, Torine, Milane,
sule-sule o per re famìgghie sane,
pe stà presènde a cure memende emozionande,
de quanne portene alla "Machene" u Sande,
quanne alla "Mesta Terese" arrive la statue de cartapeste
e pe le pallune in arie accumenze la feste.
Idde po' 'mezze a ne zappataure e ne vòve cungertàte,
pare proprie ca cundende vole benedìsce Quarate,
pe chera faccia belle pare c'acchiamende a ogne vànne,
mentre la marcia trionfale attacche la bànne.

Ogne Quaratine u ava scì a venerà,
prìme de scìe a festeggià.
Accamme pò fasce all'ascure e s'appiccene re pàlle,
atturne o Stradone se vè abbraccètte, alla "San Càtalle",
le mascue pu custùme nùove, tutte azzemàte
e re fiemmene tòtte elegande e 'ngappellàte.
Mò acchie u amìsce, mò salute u parènde,
'mezze a bangarelle e devertemende.
Spassatiembe, terràune e necièdde,
piatte, becchiere, candarìedde.
Stè pure pò u pìzze de re giòstre,
machene a scòndre, arioplane e case de mòstre.
Ce stè pò ne pìcche stangàte e te vua dà na defrescàte,
t'asside o Bar Duome e te mange na bella cassàte.
A mezzontte pò na botta forte: è la chiamate,
u memende de le spare av'arrevàte;
e nan pòte mangà, ognune u vòle,
ava stà e ava iesse buone "u strazzarenzòle".
È notte ma nesciunse vole scì a dermì, fasce calle,
facimene nu alte gire: iè "San Catàlle".

Poesia di Gerardo Giuseppe Strippoli, tratta dal libro Tìtte Tìtte

Come si svolgeranno nel 2020

Il 2 luglio 2020 il presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano, ha firmato l'ordinanza che autorizza la ripresa dello svolgimento di sagre, feste e fiere locali. Tuttavia la necessità di garantire il distanziamento sociale e limitare l'afflusso eccessivo di pubblico ha costretto i comitati organizzatori a limitare le feste patronali alle sole cerimonie religiose.

Cerimonie come la tradizionale traslazione del simulacro di San Nicola dal monastero di Colonna al centro della città di Trani, la rituale solenne processione e gli spettacoli pirotecnici non si sono tenute. Ma l'appuntamento non è stato mancato. Alcuni punti fermi sono rimasti. A Trani si è tenuta la celebrazione eucaristica in piazza Duomo. Non è mancato il rito della consegna della chiave al santo patron, dove il presidente del Comitato Feste Patronali porge questa simbolica chiave della città al sindaco, che la porge all'arcivescovo che infine la appoggia sulla statua del patrono. A Canosa di Puglia, ad esempio, il 31 luglio si è tenuto il tradizionale appuntamento con il racconto della Vita e delle Opere di San Sabino a cura del dottor Sandro Sardella con la giornalista Claudia Vitrani. Tutto il resto è stato relegato al chiuso e alle regole anti-Covid delle chiese. A Barletta la discesa della Sacra Icona della Madonna dello Sterpeto non è stata fermata dal Covid-19. I fedeli hanno atteso all'esterno del Santuario Antico, poi sono entrati al termine del rito per accendere il proprio cero alla Vergine Maria. Niente ambulanti né giostre. Alcune dirette televisive hanno cercato di mettere insieme delle immagini per offrire ai fedeli un mezzo per vivere il proprio culto. Brandelli di normalità strappati alla ferocia del virus.

Il cibo della festa

Non c'è festa senza tavola imbandita e anche il santo patrono merita un menu speciale. A Canosa di Puglia durante il pranzo di San Sabino non può mancare il coniglio con le patate. Ma i festeggiamenti non sono completi senza u cupète de San Sabène , ossia il torrone, venduto per strada. A Terlizzi le fatiche della Festa Maggiore spingono tutti fuori casa. Si sta all'aperto, sulle verande, in terrazza, per osservare da vicino il campanile del carro. Quando è ora di cenare, si va nelle bracerie. Terlizzi è una delle poche città del nord barese specializzate nella carne alla brace. I fumi delle graticole pervadono le strade della città e anche qui, come per il timone del Carro, sono gli uomini a dominare le braci. A Bisceglie, in passato, la festa patronale dedicata ai santi martiri Mauro, Sergio e Pantaleone era il giorno in cui si mangiava la prima fetta d'anguria della stagione. Riuniti in campagna con la famiglia, si combatteva l'afa estiva portata dai protettori con il fresco frutto. A Corato, durante il pranzo di famiglia della domenica della festa, non può mancare il ragù di cavallo. Ma il pezzo forte di San Cataldo è il famoso pezzo duro, una piccola cupola di gelato artigianale servita nei dehors dei bar all'aperto. Qui si poteva ammirare o farsi ammirare durante il passeggio sul corso. Il pezzo duro – spesso chiamato erroneamente spumone – è il dolce della festa anche a Trani. In più, nella domenica della festa viene preparata la pasta al forno alla tranese, cioè cosparsa di pomodorini tagliati a metà e mescolati con la salsa. A Barletta non c'è festa patronale senza il panino con la salsiccia arrostita, condita con ketchup e maionese. Ma, per vivere appieno le celebrazioni, non si possono perdere i fuochi d'artificio. Per questo si sceglie (prenotando in anticipo) un locale sulla litoranea, per avere un posto in prima fila per ammirare lo spettacolo pirotecnico mentre si cena.

La voce muta di bande da giro

Niente processioni, quindi niente bande se non in piccoli e contingentati schieramenti. Se a Canosa di Puglia la banda è rimasta muta, a Trani si è voluto onorare San Nicola con la musica tradizionale. «Ci abbiamo tenuto che la banda girasse per le strade della città, anche in solitaria – spiega Maurizio Di Reda del Comitato Feste Patronali di Trani – Il Concerto Bandistico “Pietro Mascagni” ha suonato al mattino e alla sera, per il tradizionale annuncio della festa patronale, anche se non hanno accompagnato la tradizionale processione».

Giostrai e ambulanti

Ci sono altri protagonisti delle feste patronali che quest'anno sono rimasti in silenzio: giostrai e ambulanti. «L'anno scorso c'è stata la festa e non ci sono stati i fuochi d'artificio. Quest'anno ci sono stati i fuochi senza la festa. Ma in tutta questa storia chi ha sofferto di più sono gli ambulanti e i giostrai – spiega Rosanna Todisco, segretaria cittadina Lega di Canosa di Puglia - Abbandonati dal governo, sono categorie che stanno morendo. Seguendo le regole imposta per il mercato settimanale, sarebbe stato possibile avere in città una selezione di bancarelle attinenti alla nostra tradizione agroalimentare». A Barletta i giostrai hanno ottenuto uno spazio per poter riprendere a lavorare, attirando le popolazioni dei paesi limitrofi come Canosa. Per un mese e mezzo, fino al 30 agosto, questo grande luna park estivo offrirà quella gioia e spensieratezza che le feste patronali hanno perso. Ai giostrai il compito di far rispettare le normative anti-Covid.

Le macchine

Luci, lucine, arcate, ma soprattutto le macchine, le dimore luminose semoventi destinate a ospitare i santi durante la loro permanenza tra la folla. «La macchina è il mezzo utilizzato per restituire il santo patrono alla popolazione – spiega Maurizio Di Reda, consigliere del Comitato Feste Patronali Città di Trani – Il fenomeno nasce nel XVII secolo, durante il Barocco, in cui la fede era soprattutto legata ai sensi. Si doveva stupire i fedeli con effetti scenografici, teatrali. La macchina nasce come qualcosa che doveva essere smontato e spostato. All'inizio era un impiato in legno, con apparati di stucco, torce e fiamme. La macchina si diffonde dal punto di vista laico con i santi patroni, ma era utilizzata anche nelle chiese. Infatti, nel Settecento si diffonde la pratica dell'adorazione eucaristica. Gli ostensori venivano esposti in questi grandi impianti mobili, pieni di torce e candele. Erano talmente pieni da far perdere di vista il Santissimo Sacramento.

Come comitato abbiamo voluto riprendere il senso della macchina con l'iniziativa San Nicola dei Tranesi. Nel 2019, all'arrivo della statua da Colonna, veniva portato nella macchina, riallestita dopo 32 anni, per restituire il culto del santo alla città». La tradizione era diffusa anche a Corato dove, scomparsa per 30 anni, è tornata nel 2019, simulando la presenza del santo con una sagoma. «La sua imponenza era tale da esser visibile già a lunga distanza», ricorda Gerardo Strippoli. E, se non c'è la macchina, si abbonda con le luci. Le strade e la facciata delle cattedrali cittadine vengono decorate da parate di piccole lampadine colorate, come succede a Canosa. Qui, durante i festeggiamenti per San Sabino, viene montato u parète de San Sabène , la parete di San Sabino.

I fuochi d'artificio

I fuochi pirotecnici sono il fulcro delle feste patronali. A Trani fino a una ventina di anni fa, la domenica dello “sparo grande” era anche il momento per i fuochisti di gareggiare per vincere la possibilità di esibirsi l'anno successivo. Negli anni la tradizione è andata scemando, ma non manca mai il suggestivo spettacolo pirotecnico che si specchia sul mare notturno della città.