Crisi della pesca, «si deve partire dalla valorizzazione del prodotto»

Abbiamo fatto il punto della situazione della marineria molfettese e sul suo futuro con il responsabile di Federpesca- Puglia, Giuseppe Gesmundo

Attualità
Molfetta martedì 26 luglio 2011
di Rosanna Buzzerio
© MolfettaLive.it
La marineria molfettese in questo momento ha due volti: da una parte c’è chi porta a disarmo le proprie imbarcazioni, dall’altra c’è chi acquista o costruisce nuovi pescherecci per poter continuare a lavorare.

Due facce diametralmente opposte, ma che hanno in entrambi i casi un loro perché, come ci ha spiegato il responsabile di Federpesca- Puglia, Giuseppe Gesmundo.

Altri nove pescherecci si avviano al disarmo e si vanno ad aggiungere a una lunga fila. Possiamo parlare ancora di flotta peschereccia a Molfetta?
«Tengo a precisare in merito alla sua domanda, che con riferimento al Piano di adeguamento e gestione della Gsa 18, corrispondente alla Puglia Adriatica, nel quale è prevista una riduzione della capacità di pesca pari al 25% dei Gt complessivi, ridotta poi al 20,7% solo per carenza di risorse, risultano in graduatoria utile ai fini dell’arresto definitivo circa 100 imprese che hanno presentato domanda per l’accesso alla misura Fep relativa.

Detto questo, sicuramente possiamo ancora parlare di flotta peschereccia molfettese, perché almeno nel tonnellaggio complessivo la nostra marineria risulta ancora prevalente in ambito regionale e nei primissimi posti in ambito nazionale; del resto il forte ridimensionamento della flotta peschereccia ha investito e colpito certamente la nostra marineria, ma ha interessato anche l’intera marineria pugliese ed italiana. I numeri di una volta non esistono più né a Molfetta né altrove; ci sono, però, zone che non avevano in passato una vocazione peschereccia e che negli ultimi anni si stanno attrezzando in tal senso».

Tutto questo per una associazione di categoria significa…
«Come Federpesca ed Assopesca anche noi viviamo con disagio e quindi non bene questa situazione. Vediamo imbarcazioni, imprese ancora vitali dal punto di vista strutturale e produttivo che vanno a disarmo e non è una cosa che ci gratifica, anche se paradossalmente la misura dell’arresto definitivo può anche essere letta come misura sociale. Sono scelte, comunque ,che gli armatori fanno non certamente a cuor leggero e che sono imposte in gran parte da una condizione gestionale spesso non più sostenibile».

Dove vanno ricercate le cause di questa crisi della marineria molfettese, solo nel caro petrolio o anche nei vantaggi comunitari che ne derivano dalla demolizione delle imbarcazioni?
«Innanzitutto non può parlarsi di crisi della sola marineria molfettese; oggi è tutto il sistema pesca nazionale e comunitario in crisi, anche se con diverse condizioni di contesto da nazione a nazione. La politica comunitaria si è da anni strutturata sulla esigenza di un uso sostenibile delle risorse alieutiche e dell’ambiente marino e quindi sulla progressiva eliminazione del sovrasfruttamento.

Ultimamente è stata strutturata, da parte della Commissione, una strategia di gestione della pesca basata sul rendimento massimo sostenibile (Msy), che si pensa di dover raggiungere entro il 2015. Si tratta di ricercare un punto di equilibrio sostenibile tra la capacità di pesca, lo sforzo di pesca e la capacità di auto rinnovamento della risorsa. La Commissione ritiene che l’applicazione virtuosa e responsabile di sistemi di gestione della pesca e degli stock ittici basati sul massimo rendimento sostenibile sia la sola strategia utile e necessaria per invertire la tendenza che sembra inarrestabile al depauperamento degli stock ed alla loro conservazione nel tempo; solo così la pesca potrà ritrovare redditività.

Per raggiungere questi obiettivi è evidente che sono necessarie misure articolate di contenimento dello sforzo di pesca che vanno dalla rottamazione dei natanti alle misure selettive degli attrezzi, all’arresto temporaneo delle attività di pesca, al divieto di pescare in determinate aree o entro determinate distanze, al blocco delle licenze di pesca, alle quote massime di catture di determinati stock, dai piani di disarmo ai piani di gestione. Tra queste misure quella che la Commissione Europea ha fino ad oggi privilegiato, incentivandola, è proprio l’arresto definitivo, che è sostanzialmente la misura che più nettamente e direttamente incide sullo sforzo di pesca.

La nuova politica comune della pesca sembra assai più penalizzante e destinata ad impattare su un settore già in forte sofferenza. La Commissione Pesca europea sembra posseduta da una sorta di ossessione ambientalista, guardando prevalentemente se non essenzialmente alle risorse ed alla loro salvaguardia, quasi dimenticandosi dell’uomo pescatore, dell’impresa, dei lavoratori, delle famiglie che vivono di pesca. Il settore oggi pur condividendo questi principi di sostenibilità e responsabilità chiede una politica che realizzi un giusto equilibrio tra sostenibilità ambientale e sostenibilità economica e sociale. Essere un pescatore responsabile non può e non deve significare diventare un imprenditore irresponsabile, destinato a tradire la stessa missione e ragion d’essere dell’impresa».

C’è chi sostiene che la marineria molfettese non ha saputo trovare iniziative imprenditoriali convincenti ed incentivanti.
«Non intendo far polemica con chi la pensa in questo modo, ma una impresa che ha dei vincoli nella capacità di produzione è una impresa che nasce già condizionata, malata che pur tuttavia deve, comunque, trovare le condizioni di redditività. L’unica seria azione che si potrebbe intentare è quella di ottimizzare al massimo i processi di valorizzazione del prodotto locale e nel contempo contenere il più possibile i costi di gestione dell’impresa, unitamente ai costi di produzione.

Come Federazione stiamo tentando di ridare protagonismo ai pescatori nei processi di commercializzazione, stiamo programmando iniziative di accorciamento della filiera riducendo le viscosità dei processi distributivi e la dispersione del valore aggiunto del prodotto ittico. Il pescatore allo stato attuale è chiuso in una morsa penalizzante tra costi di produzione che aumentano in maniera esponenziale e un rendimento in termini di catture che diminuisce; con l’aumento dei costi di impresa e la riduzione delle quantità catturate il rendimento economico si riduce: in queste condizioni è difficile per l’impresa resistere.

L’economia peschereccia è in crisi ma certamente non vanno assecondate convinzioni, anche politiche, che considerano l’economia peschereccia ormai in agonia e destinata a scomparire. Bisogna guardare al futuro con un sano ottimismo; se ci sono oggi problemi di ripopolamento del mare e di riposizionamento delle imprese di pesca nei nuovi scenari, queste sfide vanno affrontate con convinzione e decisione, magari anche con doverosi interventi di accompagnamento e sostegno alle imprese.

Personalmente sono ottimista per il futuro in quanto vedo ancora spazi per il ritorno allo sviluppo del settore ed alla redditività dell’attività; ci sono prospettive positive, soprattutto se sapremo ridimensionare, come stiamo facendo, lo sforzo di pesca e conseguire pienamente il massimo rendimento sostenibile.

Il processo di adeguamento in atto è un processo a lungo termine che non tiene conto delle esigenze di oggi e del breve- medio periodo delle imprese e dei pescatori. L’attuazione di nuove strategie gestionali, pur necessarie, non può quindi andare disgiunta da una politica di accompagnamento e di sostenibilità sociale delle misure e degli obiettivi. Solo così il settore potrà sopravvivere e cogliere appieno le opportunità future».

La demolizione di un natante, in particolare di un peschereccio, porta con sè altre conseguenze per i pescatori e le loro famiglie. Che futuro attende loro?
«Per la nostra marineria il problema è meno grave di quello che appare dal di fuori, infatti molti lavoratori verranno riassorbiti all’interno dello stesso settore, per la carenza di nuova forza lavoro. Comunque, la Commissione Europea ha previsto delle misure di compensazione, di aiuto alla diversificazione, o anche con forme di sussidi ed indennità a chi rimane senza lavoro».
Ma c’è anche chi va controcorrente: è il caso di marinai di pescherecci in disarmo di acquistare insieme ad altri soci un altro peschereccio per continuare a lavorare. In una situazione di crisi è un folle o un lungimirante?
«Una buona dose di sana follia ci vuole per andare in controtendenza. Però guardando alle prospettive future è una grande opportunità che offrono a se stessi e ai propri figli».

Da dove deve ripartire la marineria molfettese per tornare ad essere una delle prime flotte pescherecce italiane? Quanto le nuove tecnologie possono essere di supporto?
«Tecnologie che incidono sullo sforzo della pesca non sono possibili, mentre dovremo orientarci su tecnologie che garantiscono migliore selettività degli attrezzi, maggiore sicurezza, minor consumo di gasolio, contenimento dei costi, e soprattutto su iniziative di valorizzazione del pescato. Molfetta è ancora una delle prime flotte pescherecce del nostro Paese, se non come numero di imbarcazioni almeno in termini di tonnellaggio complessivo. Bisogna guardare al futuro con maggiori prospettive e riorganizzare il settore puntando su una impresa che deve riuscire a gestire l’intero ciclo del prodotto ittico, dal momento produttivo a quello di valorizzazione e commercializzazione del prodotto».
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