"Etleboro", parla il molfettese che aiuta WikiLeaks

Tra i server che rilanciano in tutto il mondo i documenti del sito di Julian Assange c'è anche Etleboro di Michele Altamura. L'abbiamo intervistato

Attualità
Molfetta lunedì 13 dicembre 2010
di Lorenzo Pisani
© Osservatorio Italiano Etleboro
In informatica, il mirror è una copia esatta di un insieme di dati, e quindi anche un sito web, su un altro server, così da renderli accessibili a tutti senza sovraccaricare il sito originario.

Senza quel fenomeno di nome WikiLeaks, difficilmente il termine avrebbe varcato i confini dei manuali. L’organizzazione di Julian Assange che sta seminando il panico nelle diplomazie di mezzo mondo rilancia il contenuto dei suoi dossier segreti grazie a questi server “amici”. Tra questi c’è Etleboro, organizzazione, come si legge sul sito ufficiale, «senza scopo di lucro che nasce da un progetto volto a costruire un sistema di informazioni rivoluzionario».

E questo sistema rivoluzionario è la cosiddetta “tela”. A differenza di un motore di ricerca, che presuppone un’unità centrale a cui gli utenti attingono informazioni, e a differenza del web, con più centri e insiemi di utenti, la tela è una struttura distributiva, cui tutti partecipano in maniera paritaria. Immettendo e ricevendo nel rispetto di un codice etico «informazioni secondo un sistema di condivisione reciproca».

La sede è in Bosnia. Le inchieste trattate sono tante, di respiro internazionale e hanno fatto discutere. La realtà descritta nelle pagine di Etleboro è quella della cybernetica, di enormi flussi di bit che solcano i continenti, banche dati mondiali, chip sottocutanei. Il futuro, insomma, è già qui, basta alzare lo sguardo.

A capo del progetto Etleboro “Osservatorio Italiano” c’è un molfettese, Michele Altamura.

Michele Altamura, da Molfetta nei Balcani: un cervello in fuga?
«Non mi reputo un cervello in fuga, perché continuo a contribuire allo sviluppo del mio Paese e della mia città, che è una grande terra. Londra e Washington non mi attirano: ti serve il caffè un pakistano, i prodotti cinesi vengono venduti da indiani, nei condomini non ci si parla. Sono realtà disumane, sono lontane, caotiche. In una città come Molfetta si può respirare, si può partecipare, si può vivere, puoi sentire il profumo della terra, del mare e anche il calore della gente».

Come nasce Etleboro?
«Nasce ufficiosamente nel 2003, mentre nel 2005 è stata creata ufficialmente con una sede a Banja Luka, nella Republika Srpska della Bosnia. In questi anni ha costruito una serie di contatti in tutta l'area dell'Europa centro-orientale, dal Mar Baltico all'Adriatico, e attualmente vi lavorano 42 persone, tra cui ricercatori, informatici, giornalisti, accanto a grandi imprese che credono in questo progetto. E' una realtà molto eterogenea, sia dal punto di vista etnico che professionale e giuridico. Posso assicurarvi che pochi capiscono l'importanza del nostro lavoro».

L'inchiesta che finora ha fatto più rumore?
«La Etleboro è stata la prima a pubblicare degli importanti documenti su una operazione finanziaria di un miliardo di dollari tra Montenegro e Svizzera, per finanziare la costruzione di uno pseudo acquedotto mai realizzato. Abbiamo seguito la truffa dello spegnimento dei pozzi di petrolio del Kuwait, con una operazione finanziaria a grandissimi livelli collegata al caso Clearstream (che continua a scuotere il Governo francese). Abbiamo redatto un dossier sulle operazioni delle banche mediante derivati e titoli collaterali, di cui sono state vittime anche le istituzioni pubbliche italiane. Per questo tipo di inchieste bisogna presentarsi con i documenti, altrimenti rischi di screditare tutto: dinanzi alle carte, nessuno osa pronunciarsi, e raccogli una sfilza di 'no comment'.

Nei Balcani abbiamo spaziato su tutto. Abbiamo sostenuto giornalisti coraggiosi come Domagoj Margetic, dimostrando con fatti e documenti le operazioni di riciclaggio di grandi banche per finanziare il traffico di armi durante la guerra. Abbiamo monitorato ed anticipato la creazione di un'alleanza tra la mafia italiana e quella balcanica per il traffico della droga, e poi di esplosivi e armi. Tuttavia penso che il più grande scoop è quello di aver anticipato nel 2008 la nascita di una ONG americana che avrebbe scatenato una guerra cybernetica per sabotare le relazioni diplomatiche internazionali».

Il mondo è pronto all'impatto di WikiLeaks? Quando ha deciso di collaborare con la creatura di Assange?
«Pochi hanno capito cos'è WikiLeaks, viene chiamata in gergo tecnico 'Macchina dei Messaggi'. Abbiamo avuto un caso analogo, con il dossier Mitrokhin: identica tecnica di mettere in rete poco a poco dei documenti con tracce di verità e di disinformazione. L'esistenza di questi meccanismi è il segnale che qualcuno sta trattando. Gaetano Salvemini diceva: "Noi non possiamo essere imparziali. Possiamo essere soltanto intellettualmente onesti: cioè renderci conto delle nostre passioni, tenerci in guardia contro di esse e mettere in guardia i nostri lettori contro i pericoli della nostra parzialità. L’imparzialità è un sogno, la probità è un dovere".

Noi come Etleboro appoggiamo WikiLeaks, anche se non condividiamo quello che vuole fare. Anche noi pubblichiamo documenti, ma non notizie raccolte dai giornali contrassegnate come "informazioni segrete", e qui sta l’inganno. Comunque, quando la Svezia ha emesso il mandato d'arresto internazionale, a quel punto ci siamo sentiti in dovere di appoggiare con i nostri server la pubblicazione dei documenti, con tutte le conseguenze che ne derivano. Siamo stati i primi a tendere una mano, sia con fatti che con parole, per il resto hanno già detto tanto tutti gli altri».

Dopo l'arresto di Assange, cosa accadrà al sito?
«Andrà avanti comunque, in un modo o nell'altro queste cose nascono e poi si trasformano. Chissà, si aprirà un'altra WikiLeaks e un'altra ancora, è un business. Noi decideremo sempre se continuare a dare il nostro sostegno o meno, per il momento il nostro appoggio è chiaro».

Esiste nel mondo la libertà di stampa?
«Credo di sì, soprattutto grazie all’era dell’internet. In Italia per esempio si dice di tutto, tutti parlano, più libertà di questa non esiste. Tuttavia credo che più della libertà di stampa, ci occorre la libertà della trasparenza sull'utilizzo dei fondi pubblici. Credo che questo sia il vero strumento per garantire la correttezza dei media, perché anche sul denaro pubblico spesso c'è un gioco politico. Oggi se chiedi come vengono usati i fondi pubblici da parte delle organizzazioni, ti rispondono che occorre avere 'un interesse qualificato'. La libertà di stampa è un dogma che ci viene presentato come un diritto, ma in realtà non è così: c'è chi vuole vedere le cose e chi non le vuole vedere, anche quello è un crimine.

Ci rendono liberi di dire quello che vogliamo, ma hanno consegnato la sovranità monetaria e la politica estera a delle Commissioni Europee che nessuno elegge, né si conoscono i loro membri.

D’altro canto l’errore è anche nostro. Siamo più interessati a sapere se Cosima Misseri era accanto al pozzo, mentre non abbiamo dato peso all'anatocismo bancario. Ognuno sceglie la sua libertà di stampa. Chi la vuole davvero la trova da solo, chi non la vuole è un piccolo parassita che si lamenta e accusa».

Lorenzo Pisani
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