Di alghe, bombe e iprite

Numerosi gli interrogativi posti dalla conferenza “Quale futuro per il nostro mare” organizzata ieri dal Liberatorio Politico

Attualità
Molfetta sabato 01 agosto 2009
di Lorenzo Pisani
© MolfettaLive.it
Capita a Molfetta che dei bagnanti di un giorno di festa vengano ricoverati per sospette infiammazioni nelle parti intime e girino tutta l’Italia in ospedale per capire come e perché ciò sia accaduto. Capita che poi attivisti e amici facciano una colletta per far analizzare il costume da bagno, unica prova tangibile dello sfortunato evento.

Capita, ancora, che dei pescatori usciti in mare con la loro barchetta svengano senza apparente motivo, che riportino sulle braccia e mani strane bolle, escoriazioni, che facciano fatica a respirare, a vedere. Che infine decidano di lasciare la loro attività che poi è quella di una cooperativa fondata addirittura nel 1893, quando ci si poteva fare il bagno nel porto. Provateci oggi, nel terzo millennio.

Capita che una nave s’inabissi al largo nel bel mezzo di una giornata di sole e trascini con sé il suo carico di sostanze chimiche. E che un peschereccio venga agganciato da un sommergibile Nato (e poi risarcito) e che un anno dopo esploda al largo, e che l'inchiesta venga archiviata.

Capitano davvero tante cose strane in quel di Molfetta. Piante acquatiche e alghe che scompaiono, fondali che si fanno deserti, polpi e ricci che si estinguono, concentrazioni di coliformi fecali che diminuiscono in città e aumentano fuori dalle zone urbanizzate.

Tutte cose che fanno pensare che qualcosa di strano, molto strano è avvenuto e sta avvenendo nelle nostre acque, nelle quali ci facciamo il bagno, dalle quali proviene il pesce che finisce sulle nostre tavole. Quello stesso pesce che presenta macchie e mutazioni del Dna. Non lo dicono voci di corridoio ma il Dott. Ezio Amato dell’Ispra (ex Icram), l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale.

Le immagini scorrono nel documentario Red Cod e sono di quelle che fanno male. Molti presenti ne ignoravano la portata, molti passanti si fermano e osservano, in religioso silenzio.

È stato solo uno dei momenti della conferenza organizzata ieri dal Liberatorio Politico alla gelateria Lena e dedicata ai problemi che affliggono il nostro mare. Tra i relatori, oltre al coordinatore Matteo d’Ingeo, il giornalista e scrittore Federico Pirro e Pierfelice Zazzera, parlamentare e coordinatore regionale dell’Italia dei Valori.

La politica però non c’entra, ci tengono specificarlo, e manco a farlo apposta poco prima della conferenza giunge la notizia di un’interrogazione regionale presentata a Vendola a firma di un consigliere Pdl di An in cui è lodato l’operato di d’Ingeo.

C’è anche un altro filmato. È un raro documentario di guerra Rai, della serie Combat Film. Parla di iprite e della "Pearl Harbour italiana", ovvero del bombardamento degli aerei della Luftwaffe ai danni della flotta Alleata nel porto di Bari. Naviglio che nascondeva un enorme carico di bombe chimiche. Una catastrofe ambientale e umanitaria. Era il 2 dicembre 1943.

Terminato il conflitto, si procedette a bonificare il basso Adriatico dagli ordigni. Come? Incaricando spesso i pescatori di recarsi al largo (ordine talvolta non eseguito: le nostre coste ne sono la testimonianza) e sversare il carico di morte. Una soluzione solo temponanea; all'italiana, diremmo.

E allora in tempi recenti si è deciso di provvedere a un'altra bonifica, individuando Molfetta come priorità. C’è un enorme porto commerciale da costruire e c’è un sito ricco di ordigni ancora oggi. Così ricco che nel dopoguerra sorse lo stabilimento Stacchini & Gambardella, fabbrica di sconfezionamento di quelle bombe: dal produttore al consumatore. Tanta, tantissima gente fa ancora il bagno lì, a Torre Gavetone. L'ultima spiaggia dei molfettesi.

«Non vorremmo che il protrarsi della bonifica nel porto sottragga fondi al Gavetone» tuona d’Ingeo che accusa il sindaco di scarsa informazione a riguardo, di «omissioni».

«La salute viene prima del porto; a cosa servirebbe quest’opera in un mare che sta morendo?».

In questi giorni in cui le cronache sono piene di casi di intossicazione da Osteopsis Ovata, l’alga tossica che infesta i nostri mari, il Liberatorio non crede alla vulgata che ne motiva la proliferazione con le acque di zavorra trasportate dai mercantili esteri. «Alte concentrazioni sono state riscontrate anche nei laghi bombardati nei conflitti mondiali; lì non ci sono navi che giungono dal Mar Rosso».

«Non vogliamo pensare che anche in questo caso sia avvenuta una mutazione, come per i pesci. Siccome non vogliamo, qualcuno deve convincerci del contrario. Perché la concentrazione dell’alga è più alta proprio nelle nostre acque così ricche di ordigni?»

Nessuno finora è riuscito ad elaborare una teoria attendibile. Tra le tante cose che capitano qui a Molfetta, la più prevedibile.
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I commenti degli utenti
  • tarinuovo ha scritto il 02 agosto 2009 alle 07:28 :

    E adesso, che non è più possibile, nascondere la spazzatura sotto il tappeto,la gente di Molfetta, aspetta delle risposte. Rispondi a tarinuovo