Dopo la violenza, la rinascita: Lucia Luconi

Presentato a cura della Consulta femminile il libro: “Venticinque minuti una notte. Autopsia di una violenza”.

Attualità
Molfetta venerdì 06 marzo 2009
di Rosanna Buzzerio
© MolfettaLive.it
Extracomunitario, senza fissa dimora, disoccupato, alcolizzato, che agisce in branco per noia. Questi gli stereotipi comuni dello stupratore, del violentatore.
Mentre per la vittima il luogo comune più utilizzato è: “se l’è cercata, sempre in giro con la minigonna”, anche se poi si scopre che aveva un classico paio di jeans.

Unica colpa: essere nel posto sbagliato al momento sbagliato.

Questo è solo l’aspetto della violenza che balza agli onori della cronaca, perché si vuole focalizzare l’attenzione su altri temi, ma la violenza più cruenta è quella che tanti bambini e bambine, ragazze e ragazzi subiscono “dall’orco” che vive con loro nelle mura domestiche o persone di cui si fidano e rimane sommersa, molto difficilmente viene a galla, rimane chiusa in quelle mura, per vergogna, per paura o solo perché  quella è per loro la realtà.

Sono i tanti dati sconcertanti emersi nel corso dell’incontro organizzato dalla Consulta Femminile del Comune di Molfetta: “Contro le violenze: cittadine attive”.

Un incontro pensato e organizzato dalla Consulta, presieduta da Maddalena Altomare, non solo come momento di confronto con la città, con le scuole superiori, ma anche di testimonianza, forte, vissuta, come quella di Lucia Luconi, regista ed autrice del libro “Venticinque minuti una notte. Autopsia di una violenza”, edito da Seracangeli.

Solo la voce di Lucia a tagliare il silenzio che si è creato nella sala Finocchiaro della Fabbrica di San Domenico, quando le sue parole hanno incominciato a raccontare quello che le è accaduto 30 anni fa: in sette a turno l’hanno violentata.
Una violenza di gruppo per spezzare la noia, la monotonia di un sabato sera di fine primavera. E’ capitato a lei, ma al suo posto poteva esserci qualunque altra donna, quella sera del 28 aprile 1979.

Le orribili sensazioni provate. La paura. Il senso di impotenza. Il dopo. Quella ferita che si cicatrizza ma non si rimargina. “La forza di volontà di rimanere quella di prima con uno schifoso ricordo in più”, dirà poi Lucia.

Pur denunciati, quei sette non sono mai stati trovati.

Lucia Luconi, come scrive nel suo libro e come ci ha raccontato, "sono riuscita a salvare la testa e il mio essere donna perché al momento della violenza mi sono trasformata in una cinepresa”. Da autrice di programmi televisivi, da regista, ha voluto imprimersi nella memoria ora zoommando, ora sfuocando, i sette che lei non definisce in alcun modo, ma solo li identifica come dei numeri, perché non meritano alcun appellativo.
Si è estraniata al momento della violenza. Ma i segni lasciati non sono mai stati cancellati.

“A Molfetta”, ci ha detto Lucia Luconi, “è stata la prima volta che ho portato la mia testimonianza attraverso la Consulta nelle scuole. Il mio non vuole essere un atto di eroismo, ma solo di testimonianza, di incoraggiamento a tutte quelle donne che, come me, hanno subito violenza, di trovare la forza di denunciare i loro carnefici, di non avere paura”.

Nel suo libro, scritto ora in terza persona, ora in prima, quasi a descrivere quell’altenarsi di sensazioni, di frustrazioni che si provano in situazioni di violenza e soprattuto dopo, si legge: “è importante far sapere alle donne violentate che non si è colpevoli d’aver subito violenza. E’ importante far sapere alle donne che non si dimentica, ma che si supera, che resta un bagaglio della nostra storia, ma che la vita continua come prima e che si può continuare ad amare e a vivere una sana, serena e felice sessualità”.

Il libro è stato scritto all’indomani della violenza, ma è stato pubblicato molti anni dopo, perché la casa editrice dell’epoca aveva ritenuto tale scritto “troppo violento nei confronti dei maschi”. Il ricavato della vendita è devoluto ai Centri antiviolenza.
Una testimonianza che ha lasciato indignati, e al contempo emozionati, i tanti presenti.

Quella di Lucia Luconi è stata la testimonianza più forte della giornata, anche se particolare pregnanza ai fini del convegno, ossia invitare le donne, e non solo, ad essere cittadine attive, diventare protagoniste e non solo spettatrici, sono stati anche gli interventi: della prof.ssa Letizia Carrera, docente di sociologia generale presso l’Università degli studi di Bari, del prof. Armando Saponaro, docente di criminologia presso l’Università degli studi di Bari, del prof. Saverio Abbruzzese, docente di psicologia dell’adolescenza presso l’Università degli studi di Bari, dell’avv. Cristina Capurso, consulente legale del Centro Antiviolenza di Barletta, e la prof.ssa Chiara Scardicchio, docente di comunicazione presso l’Università degli studi di Foggia.

Il tema della violenza in qualunque forma, da quella sessuale a quella psicologica rimane ancora un tema di estrema attualità, dimostrazione ne è stata l’attenta e attiva partecipazione delle scuole superiori a questo incontro.
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