Se il mare diventa un campo minato

Armi chimiche, pescatori ustionati, domande ancora senza risposta e segreti militari. Un convegno sabato ha discusso dell’inquinamento da residuati bellici

Attualità
Molfetta lunedì 11 aprile 2011
di Lorenzo Pisani
© MolfettaLive.it

Un accordo tra i paesi aderenti alla Nato vieta ai caccia dell'aviazione di ritornare armati nelle basi. In caso di mancato bombardamento, ci penserà il mare a farsi carico degli ordigni. Nel solo Adriatico, da Grado a Otranto, sono state individuate 24 zone di “deposito”. A ogni conflitto, la storia si ripete. È successo nella guerra civile dell’ex Jugoslavia, negli anni Novanta, e forse sta accadendo anche oggi, con le operazioni militari in Libia.

«L’Italia portaerei americana». Quante volte l’abbiamo sentito. Ecco, sabato mattina, a Molfetta, qualcuno l’ha ribadito. Il giornalista Gianni Lannes, già conosciuto per il libro rivelazione sull’affondamento del Francesco Padre è tornato nella città che guarda al suo mare con sempre più sospetto. Ha raccontato delle sue ricerche, che presto saranno distribuite in un volume. Storie di mare e di veleni. Ha ascoltato altre storie. Di uomini, pescatori, che vanno al lavoro come un condannato al patibolo.

Una conferenza ha fatto il punto dell’inquinamento da residuati bellici nell’Adriatico. E ha rappresentato il debutto nella nostra città dell’Accademia Karol Wojtyla presieduta da Giuseppe Tulipani. Si è andati oltre la denuncia, provando a ipotizzare delle soluzioni.

Già, la denuncia. Quella ha le immagini dei fondali ricoperti dalle bombe del secondo conflitto mondiale e delle chiazze e le mutazioni al dna di scorfani e gronchi, l’ormai celebre filmato “Red Cod”.

«Questa eredità è il problema più complicato» ha sottolineato il pubblico ministero della procura di Trani Antonio Savasta. Al moderatore dell’incontro, il caporedattore della Gazzetta del Mezzogiorno Michele Marolla, che ha ipotizzato misure su balneazione e pesca, il magistrato ha anteposto la realizzazione di uno studio scientifico. Sembrerà assurdo, ma nella città che dal 1946 al 1966 ha registrato 233 casi di intossicazione, ancora non c'è. 

Ma ora qualcosa sembra muoversi. Sarà Tulipani, a fine convegno, a candidare la propria accademia a ente di coordinamento scientifico. I dati da raccogliere sono infiniti, in tutto l’Adriatico. Certo, venire in possesso di alcune analisi realizzate nel 2008 e mai mostrate ai pazienti, sarebbe già qualcosa. Il grido di Vitantonio Tedesco, presidente della Cooperativa piccola pesca, è andato oltre l’allarme. Si sentono abbandonati, i suoi soci. Tante promesse ma ancora «dolori allucinanti», «congiuntivite cronica» e «difficoltà respiratorie» ogni qualvolta si sale a bordo. Adesso, però, la misura è colma. «Questo incontro è la nostra ultima spiaggia», ha tuonato Tedesco, «al prossimo inconveniente, e alla fine accadrà, fermeremo la piccola pesca e chiederemo spiegazioni».

Il suo caso e quello dei suoi colleghi sono stati seguiti dal medico ricercatore Guglielmo Facchini. Lungo il suo elenco di sostanze venefiche presenti nei nostri mari: «Manca solo il gas nervino».

Ne ha parlato anche un’interrogazione parlamentare a firma di sei onorevoli del Pd. Dopo quattro solleciti oggi è ancora senza risposta.

Di domande senza risposta è costellato il blog di Matteo d’Ingeo, coordinatore del Liberatorio Politico e cofondatore del Coordinamento nazionale bonifica armi chimiche, nato da una conferenza a Pesaro tra città colpite dal fenomeno. Lago di Vico, Molfetta, Colleferro, Ischia, Pesaro e Cattolica già ne fanno parte, e l’elenco presto potrebbe ingrossarsi. Perché più tempo passa e più gli involucri delle bombe cominciano a corrodersi e rilasciare il loro contenuto.

“Veleni di stato” si chiama il blog del coordinamento, dal libro inchiesta del caporedattore dell’Espresso Gianluca Di Feo.

«Veleni di stato e di stati». Lannes ha esteso l’orizzonte e guardato alla storia dell’ultimo secolo, a segreti militari. A documenti riservati e patti diplomatici. Uno scenario inquietante, come la possibilità che proiettili all’uranio impoverito sganciati sul Kosovo siano finiti anche nelle famigerate 24 zone di deposito dell’Adriatico. Assieme alle cosiddette “navi della vergogna”, mercantili carichi di rifiuti tossici affondati misteriosamente davanti alle nostre coste.

Anche qui Molfetta può dir la sua, con l’Alessandro I. Ma l’attualità oggi è tutta per le bombe che brillano per la bonifica del porto. D’Ingeo ha portato a conoscenza la platea di altri documenti. Non c’è solo il misterioso cartello che al Gavetone fino allo scorso anno vietava la balneazione. Ma una lettera, datata 1960. Un cittadino di Bitonto raccontava all'allora sindaco di aver partecipato, tra il 1945 e 1946, allo sversamento in mare, nell’area attorno all’attuale diga Salvucci, di bombe «di tutti i tipi, e proiettili». È la cosiddetta “zona rossa”, oggi non ancora esaminata.

Non è dato sapere quando le operazioni di sminamento termineranno. Ultimamente il limite è stato spostato a oltre il 2015 e intanto dal mare emergono non solo ogive ma fusti di difosgene, un altro potente aggressivo chimico (otto ne sono stati recuperati finora). E solo lo scorso anno, a due metri dalla riva di Torre Gavetone, altre 4 bombe sono state messe in sicurezza. «In tutto questo, dov’è l’Arpa?», si è chiesto d’Ingeo. «All’agenzia regionale il Comune ha affidato la supervisione delle operazioni, ma ad oggi nessun report è stato pubblicato».

Lorenzo Pisani

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