Bombe, denuncia shock: «Abbiamo trovato i depositi sottomarini»

Rivelazioni e immagini nella conferenza di Legambiente. Il Coordinamento nazionale bonifica armi chimiche: «Ci dicano se possiamo fare il bagno al Gavetone»

Attualità
Molfetta giovedì 28 luglio 2011
di Lorenzo Pisani
© Paolo De Gennaro

Depositi sottomarini di residuati bellici sigillati col cemento a circa 20 metri dalle coste di Torre Gavetone, a una profondità che varia tra i 2 e i 4 metri.

È questa la denuncia di Matteo d’Ingeo, politico molfettese, coordinatore del movimento civico Liberatorio politico e rappresentante locale del Coordinamento nazionale bonifica armi chimiche. Un’associazione nata appena un anno fa che sta cercando di fare breccia nei segreti e veleni di stato.

L’annuncio ieri sera, nella conferenza di Legambiente dedicata al passaggio nei mari di Puglia di Goletta verde, alla presenza del suo responsabile scientifico Stefano Ciafani.

La scoperta, secondo quanto riferito, è frutto di anni di ricerche. Date, mappe e numeri che si sono incrociati, fino a diventare coordinate geografiche. E immagini, che qui vi mostriamo.

Tutto nasce da una relazione pubblicata sul sito della Regione Puglia dedicato alla bonifica del basso Adriatico. Sulle mappe compaiono dei punti poco distanti dalla spiaggia di Torre Gavetone, aree indicate come zone da analizzare. Matteo d’Ingeo e un sub, Paolo De Gennaro, decidono di vederci chiaro e pianificano delle immersioni, spinti anche dal contenuto di “Veleni di stato”, libro inchiesta del caporedattore dell’Espresso, Gianluca Di Feo.

La scoperta del sommozzatore: tra alghe e piante marine spiccano delle zone ricoperte da cemento.

Pochi mesi dopo, una delibera del sindaco di Giovinazzo, Antonello Natalicchio, recepisce un’ordinanza della Capitaneria di porto datata febbraio e vieta la balneazione nel tratto giovinazzese della spiaggia libera. Nel documento, le coordinate geografiche indicano proprio le aree nel cui raggio si sono concentrate le ricerche.

Di che ordigni si tratterebbe? L’interrogativo resta aperto. Come nel caso delle altre bombe recuperate nel porto, dove è in corso la bonifica per la costruzione del nuovo scalo commerciale.

«Si sa per certo - ha affermato d’Ingeo, citando un documento dell’Icram, l’istituto scientifico governativo oggi Ispra – che nel 2001 su un campione di 160 ordigni rinvenuti nel nostro mare, 11 furono quelli contenenti iprite». Analisi riprese dall’ormai celebre filmato “Red cod”. Ma all’elenco delle sostanze tossiche va aggiunto anche il difosgene, recuperato in otto fusti, di cui due corrosi dall’acqua salata.

La corrosione è uno degli aspetti più inquietanti della vicenda, se non il determinante. Sono passati più di sessant’anni dal cessate il fuoco e si teme il peggio.

Dall’affondamento, sempre nelle acque di Molfetta, del mercantile Alessandro I sono invece passati vent’anni, ma qui i pericoli non sono da meno. Non si hanno notizie certe dello scafo, che trasportava acrilonitrile, una sostanza tossica e altamente infiammabile. Si teme per i serbatoi della nave. Nel 2004 l’ultimo filmato realizzato sulla verticale del misterioso affondamento; poi nulla più.

Strano che questi temi siano affrontati e approfonditi sempre lontano da Molfetta. Persino da quotidiani del Giappone, come ha fatto notare Massimiliano Piscitelli di Legambiente. Che è anche tornato sulle rivelazioni del giornalista Gianni Lannes sulle bombe a grappolo all’uranio impoverito sganciate in Adriatico durante la guerra in Kosovo.

E il lungo elenco delle situazioni di degrado, in mare e sulla terraferma, politico e morale, ripreso dal presidente del circolo molfettese, Antonello Mastantuoni, non fa che agitare ancora di più le acque.

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