Un mare di bombe

In Senato i veleni del mare

Da Palazzo Madama via libera ai lavori della Commissione Ambiente. L’ha annunciato il Comitato nazionale per la bonifica armi chimiche. Nato un anno fa, ha sede a Molfetta

Attualità
Molfetta mercoledì 23 maggio 2012
di Lorenzo Pisani
La conferenza del Comitato nazionale per la bonifica armi chimiche
La conferenza del Comitato nazionale per la bonifica armi chimiche © MolfettaLive.it

«Un popolo di fatalisti». Così i giornalisti di una tv spagnola hanno definito i bagnanti di Torre Gavetone. L’ha rivelato sabato Massimiliano Piscitelli di Legambiente nella prima uscita pubblica molfettese del Comitato nazionale per la bonifica armi chimiche.

L’associazione è nata circa un anno fa e mette insieme città legate da un filo che si dipana attraverso conflitti e rimozioni. Ha sede a Molfetta in via Campanella, la stessa del Liberatorio politico. Parla a tutti i partiti, dialoga con le istituzioni politiche e militari e lavora per la bonifica dei fondali dalla vergogna e dai veleni delle armi.

Un risultato l’ha già ottenuto: a maggio il presidente del Senato, Renato Schifani, ha autorizzato la commissione Ambiente di Palazzo Madama a cominciare le audizioni. È corsa adesso a produrre e selezionare documenti, pescare negli archivi.

I territori di Molfetta, lago di Vico, Pesaro, Ischia, Colleferro, Melegnano hanno unito le proprie forze e le proprie storie. La nostra città ha portato in dote un mare di bombe, disvelato dai recenti lavori del nuovo porto commerciale. Dal dopoguerra sono 256 i casi accertati di pescatori esposti a sostanze tossiche e giunti in ospedale.

I palombari dello Sdai, il nucleo di sminamento della Marina Militare, qui sono di casa. A Torre Gavetone nella storia recente hanno fatto tappa già tre volte. Qui fare il bagno da un anno è proibito. Cartelli segnalano il pericolo. Qualcuno ha grattato via la parola "vietata" e il dettaglio delle sanzioni, ma il senso è chiaro. Ci sono ordigni bellici inesplosi sui fondali. E forse anche altro: sempre un anno fa la denuncia di possibili depositi sottomarini chiusi dal cemento.

Ancora oggi si pescano, a pochi metri dalla riva, filamenti neri. C’è chi si diverte a farne un mucchio e avvicinarli a un accendino. Prendono fuoco all’istante.

Al largo ecco altri siti di sversamento. Ce n’è uno, a 35 miglia a nord, in cui l’Icram (istituto statale di ricerca poi mutato in Ispra) ha contato circa 20mila ordigni.

«Diamo una mano ai pescatori che recuperano questi residuati» propone Alessandro Lelli, presidente del comitato (che conta su due vice, Fabrizio Giometti e Matteo d’Ingeo). L'italica burocrazia si fa sentire anche in mare aperto: meglio rigettare tutto in mare e far finta di niente.

Un’altra proposta viene da Assobon, l’associazione di categoria delle aziende di bonifica. Servono certificazioni rigorose per far bene questo difficile lavoro. C’erano, ma sono svanite col taglio normativo voluto dall’ex ministro della Semplificazione Roberto Calderoli. A giugno una nuova legge dovrebbe rimettere ordine.

Ma il cammino non è in discesa. Il comitato deve difendersi anche dalle accuse di diffondere allarmismo. Lelli risponde con la certezza dei dati e la mano tesa alle realtà locali. Serve l’impegno di tutti. Senza distinzioni politiche. Evitando di mettere la testa sotto la sabbia: c’è il rischio che magari si possa trovare una bomba.

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