Anche quest’anno, Molfetta non vivrà i riti della Settimana Santa, così cari all’animo dei più tradizionalisti

La Quaresima e le tradizioni scomparse

Molte sono le forme di devozione quasi scomparse; è il caso, ad esempio, dei piatti di grano che adornavano i Repositori e Sepolcri nelle chiese e che molte famiglie preparavano in casa

Attualità
Molfetta sabato 27 febbraio 2021
di Giuseppe De Robertis
I piatti di grano, tradizione della Quaresima molfettese
I piatti di grano, tradizione della Quaresima molfettese © Pasquale Modugno

Che questa pandemia abbia ormai stravolto lo stile di vita e la nostra quotidianità è ormai chiaro da tempo. Le abitudini che ci sembravano appiattire il nostro incedere appaiono come ricordi nostalgici cui attribuiamo un valore del tutto nuovo, assai prezioso.

Così a Molfetta capita, specie in questi giorni di Quaresima, di rimpiangere abitudini consolidate, frutto di riti e rituali antichi. Qualcuno già pregusta il “nuovo corso”, altri, i più scettici e pessimisti, dicono che “ne avremo ancora per molto” facendo storcere il naso a chi invece già attende con ansia di poter riascoltare i concerti a pie’ fermo delle amate marce funebri, rindossare il camice da confratello, rivivere i momenti ricchi di pathos dell’uscita dei Misteri o della ritirata della Pietà.

Anche quest’anno, nella nostra città, non si terranno i riti esterni, così cari all’animo dei più tradizionalisti, ma infarciti di suggestione ed emozione anche per i cuori dei meno coinvolti. La Quaresima, e più specificamente, la Settimana Santa molfettese occupano un ruolo preminente nella scala delle manifestazioni folcloristiche e devozionali anche per via dei molteplici eventi di interesse che coinvolgono i fedeli e non solo essi.

Basti pensare che Molfetta è l’unica città, almeno nel circondario, a celebrare l’inizio della Quaresima alla mezzanotte in punto del Mercoledì delle Ceneri. L’uscita della Croce dal Purgatorio scandita dai trentatré rintocchi delle campane della Cattedrale e poi accompagnata per le strade dalla melodia del ti-tè, battezza tutti i riti, liturgici, folcloristici e devozionali che culmineranno con la grande processione del Sabato Santo. In mezzo a questi eventi che vedono la sede dell’Arciconfraternita della Morte principio e fine delle manifestazioni di interesse, i Pii esercizi che si tengono ogni venerdì presso la chiesa di Santo Stefano, sede dell’omonima Arciconfraternita, quelli in onore della Pietà e il Settenario alla B. V. Addolorata ancora presso il Purgatorio, la Passione Vivente organizzata dalla Confraternita di Sant’Antonio, la visita ai Repositori e ai Sepolcri il Giovedì Santo, le processioni, la Via Crucis cittadina curata dall’Associazione Passione e Tradizione alla sera del Venerdì Santo.

“Ci hanno svuotato della nostra storia e delle nostre tradizioni” si sente ripetere in questi giorni per le strade del centro, assai care ai soliti noti che un tempo affollavano il Borgo e oggi vagano senza meta quasi privati della loro stessa identità.

Ma se oggi l’animo dei più ferventi tradizionalisti appare in pena, sembra necessario ricordare ai più che molte delle suggestioni tipiche del periodo quaresimale molfettese sono andate perdute nel tempo. E sebbene qualche usanza è stata recuperata ultimamente come quella di appendere la Quarantana per le viuzze del centro storico, è doveroso citare altre forme di devozione quasi del tutto scomparse. È il caso, ad esempio, dei piatti di grano che avrebbero principalmente adornato Repositori e Sepolcri nelle chiese e che molte famiglie preparavano in casa con semi di grano, frumento, lenticchie o lupini per poi confezionarli con carta crespa o nastrini colorati. Negli ultimi anni questa tradizione sembra essere tornata in auge specialmente a motivo dell’abitudine di molti confratelli (in buona parte giovani) di allestire i cosiddetti sepolcri domestici con statuette di terracotta o cartapesta. Tra candele e violacciocche sembrano non mancare i germogli lunghi e pallidi tipici della tradizione.

Tra gli elementi tipici della tradizione culinaria invece, se da un lato il celebre pizzarello sembra non mancare sulla tavola dei molfettesi nonostante le molteplici varianti, rivisitazioni e sperimentazioni, altri elementi hanno quasi del tutto ceduto il passo alla modernità. È il caso della vénéziéne (la veneziana), cioccolata calda servita in tazza bollente e un tempo consumata prevalentemente dai confratelli nelle notti del Venerdì e Sabato Santo per ristorarsi dal freddo. Non è dato sapersi il perché si chiamasse così ma si pensa che il termine fosse stato introdotto in passato dai marinai molfettesi che solcavano le rotte dell’Adriatico.

I più anziani ricorderanno senz’altro la presenza del venditore di tarallini zuccherati in prossimità della Bassa Musica all’apertura dei cortei processionali. Tarall’ è zucchere, questo il nome affibbiato al personaggio teneva ben in mostra i suoi taralli colorati per la gioia dei bambini. Oggi questa figura è sostituita dal pallonaio la cui presenza, spesso invadente disturba molto più la vista del corteo di quanto non facessero i venditori di taralli.

Nelle processioni, poi, ancora oggi, appaiono quelli che in vernacolo vengono chiamati éngelìdde ed engelèdde (angioletti e angiolette), bambini che seguivano il corteo tra una statua e l’altra vestiti con abiti di personaggi biblici: la Veronica, centurioni romani, Maria Cleofe con i segni della Passione, la Regina Elena. Oggi però, a differenza di un tempo, i bambini non incedono più a passo cadenzato (come quello dei portatori delle sacre immagini) e non hanno più a tracolla le appariscenti corone di taralli, che un tempo usavano consumare i marinai durante la pesca a bordo delle bilancelle. Ma se la presenza di queste piccole figure è sopravvissuta all’incedere inesorabile del tempo non si può dire altrettanto dei Crociferi, detti anche Cirenei, che in passato (fino agli inizi del Novecento) aprivano le processioni incedendo a passo lento con dei grossi carichi sulla spalla che si distinguevano a seconda del ceto e dell’attività svolta dal peccatore che in questo modo sperava di espiare i suoi peccati (alberi di bilancelle per i marinai, tronchi d’ulivo per i contadini, stipiti di pietra per i muratori, …).

E che dire della Mezzaquaresima, il quarto giovedì dopo le Ceneri, momento che tradizionalmente interrompeva le privazioni quaresimali e concedeva, specie ai bambini di divertirsi in allegria tra giochi (i più gettonati l’altalena e la rottura della pignatta) e canzoncine. Immancabile, in questo giorno, la gita fuori porta, spesso per raggiungere la campagna, dove intere famiglie o comitive di amici consumavano l’immancabile calzone.

Si tratta di riti che, anche se conservati e tutelati, non hanno più lo stesso coinvolgimento di un tempo ma fanno indissolubilmente parte delle tradizioni da conservare, almeno nella memoria della nostra città.

La tradizione, per dirla con le parole di Orazio Panunzio, è una pianta sempreverde. “Tale pianta appare sempre uguale a se medesima, come se non si rinnovi mai. Ma è un’apparenza illusoria, fallace. Una alla volta cadono le vecchie foglie; a queste altre si sostituiscono; altre gemme, altri rami, rinnovano le originarie strutture. La tradizione cambia sotto i nostri occhi; né sono necessarie potature, blande o drastiche che siano. La forza spirituale della collettività , al tempo medesimo, nutre e rigenera la verde pianta della tradizione”.

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