Il ricordo di don Tonino Bello

Da Don Tonino a "Tonino Tarzan". La lettera su "Antonio il pescatore"

La vita di Tonino aveva ispirato l'omonimo vescovo di Molfetta che, nel 1987, gli dedicò una delle sue lettere quaresimali "Antonio il pescatore"

Attualità
Molfetta lunedì 03 maggio 2021
di La Redazione
Tonino Tarzan
Tonino Tarzan © Luigi Gadaleta

E' venuto a mancare nella giornata di ieri Nicola Antonio Sciancalepore, affettuosamente noto a tutti i molfettesi come Tonino Tarzèn. Aveva 80 anni e, senza dubbio, era uno dei simboli più autentici della nostra città.  

Vero e proprio "figlio del mare", Tonino aveva ispirato, con la sua vita, la sua tenacia e il suo spirito nientemeno che don Tonino Bello. Omonimi e legati da un profondo amore per il mare, don Tonino gli dedicò una delle sue lettere quaresimali, intitolata Antonio il pescatore.

Nel 1987, il vescovo di Molfetta scriveva:
"Antonio di Molfetta vecchia vive solo in un sottano, e fa il subacqueo per campare. Una volta mi ha detto che al mondo non ha nessuno che si interessi di lui. Però, quando si tuffa in quel tratto di mare che ormai conosce come le sue tasche, i pesci gli vanno incontro come a un vecchio amico e lo salutano con le pinne.

Stamattina mi ha portato dei piccoli cefali, ancora vivi. Sono stato tentato di citargli una bella frase di Tertulliano che dice così: «Noi pesciolini nasciamo nell’acqua in virtù del pesce grande, il nostro Signore Gesù Cristo…». Ma poi ho pensato che forse con quella frase, pur così importante, Antonio non avrebbe risolto i suoi problemi di solitudine, e che, dovendogli spiegare che Tertulliano era uno scrittore cristiano del III secolo, gli avrei imbrogliato le idee.

Ho preso allora un disegno con una stilizzazione di Gesù, al cui interno sono rappresentati tanti uomini, e gli ho detto così: «Vedi, Antonio, fratello solitario, queste persone raffigurate all’interno del disegno stanno a significare che tutti gli uomini della terra sono destinati a formare l’Uomo nuovo: Cristo Gesù! Come in cielo il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo, che pure sono tre persone distinte, formano un solo Dio, così noi sulla terra, pur rimanendo tante persone diverse l’una dall’altra, siamo chiamati a costruire un solo Uomo. E poi, una volta «incorporati» in Cristo (mi sono guardato bene dal dirgli «immersi nel mistero pasquale», perché se no Antonio non avrebbe capito), entriamo con Lui nella Santissima Trinità. Capisci fratello? Diventiamo, come dice S. Paolo, figli nel Figlio. La Trinità, perciò è la nostra casa.

Mentre parlavo, i cefali guizzavano ancora nell’erba di mare che Antonio reggeva in una busta di plastica. Mi sembrava che a guizzare fosse anche il cuore di Antonio, il quale forse aveva capito, meglio di tanti teologi, che cosa significano le parole della lettera agli Efesini: «Dio ci ha fatti sedere nei cieli in Cristo Gesù… perciò non siete né stranieri né ospiti, ma familiari di Dio».

Mi ha stretto la mano e se n’è andato veloce.
Io non so se, tornato a Molfetta vecchia, abbia sorriso per la prima volta alle donne di via Tréscine, o abbia accarezzato i bambini di via S. Orsola, o si sia messo a chiacchierare col fruttivendolo di via Amente.
Sono certo, però, che domani, quando i pesci gli andranno incontro nel tratto di mare che conosce come le sue tasche, e lo saluteranno con le pinne, Antonio dirà loro che non si sente più solo, e che il suo destino è quello di naufragare, già da ora, in un oceano di solidarietà con la gente.

Sono entrato in cappella per recitare un «gloria» alla SS. Trinità.
Il Vangelo era aperto al primo capitolo di S. Giovanni: «A quanti lo hanno accolto ha dato il potere di diventare figli di Dio!».
Ho chiuso il libro e ho nascosto il capo tra le mani, ancora profumate di scoglio e di alghe”.

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