Amori ed esperienza del secolo scorso

Storie di vita. Quando il servizio militare era obbligatorio...

Racconti e aneddoti di un passato neanche troppo lontano

Attualità
Molfetta giovedì 08 novembre 2018
di Antonio Aiello
Leva militare obbligatoria
Leva militare obbligatoria © n.c.

“All’arme, All’arme, e siamo già borghesi, son giorni e non son mesi addio ad appelli e radunate…”. Quanti uomini molfettesi ricordano queste parole, gli ultimi i nati nel 1985, che significavano ritorno a casa dopo aver assolto l’obbligo di leva.

Intere generazioni di molfettesi hanno dato il loro contributo alla patria e ancora oggi conservano quella divisa. Oggi la maggior parte, che vediamo sfilare alle parate, è composta da professionisti ma fino al 2005 non era così.

Tutto iniziava intorno ai diciassette anni con i famosi tre giorni dedicati alla visita medica, molti ne avevano l’incubo. C’erano vere e proprie leggende metropolitane che certamente non mettevano di buon umore, messe in giro da chi aveva già affrontato quella prova.

Al ritorno era facile che fra i ragazzi che movimentavano la “movida molfettese”, tra corso Umberto e il viale, ci si chiedesse: “Ti hanno arruolato?”. La risposta a volte era sì, detta fra rabbia e orgoglio.

Vi chiedereste perché fra rabbia e orgoglio. Rabbia perché si considerava un tempo perso soprattutto per quei giovani che davano una mano al reddito familiare lavorando nelle piccole botteghe che animavano la città. Orgoglio perché c’era la soddisfazione di aver superato queste prove fisiche.

Un altro motivo d’orgoglio era il corpo di appartenenza, perché se facevi parte della marina eri sicuro che, una volta indossata la divisa, diventavi “figo” per le ragazze. Spesso, infatti, nella “movida molfettese dell’epoca” le ragazze vedevano un marinaio e si pizzicavano fra loro. C’era il detto “pizzico a te, fortuna a me”. Le ragazze andavamo matte per quella divisa.

A vent’anni ti staccavi dalla famiglia, arrivava la “famosa” cartolina con la tua destinazione, nella nostra città la maggior parte partiva per “Maricentro” Taranto. Essendo marittimi, c’entrava anche il mese di nascita, ma anche in altri corpi dove la distanza era notevole. Ed ecco il rituale che si ripeteva: fidanzate che piangevano nei giorni che precedevano la partenza, coppie che si promettevano amore eterno. I posti erano il lungomare ma anche la muraglia del nostro porto, che era praticabile. Sulle pietre “di dietro al molo” a volte si incidevano cuori con le iniziali e con la data della promessa.

Sembrava di partire in guerra, si scambiavano foto singole e spesso le ragazze le impregnavano con il rossetto come per tener vivo il ricordo di un amore, non esistevano ancora gli i-phone e gli smartphone e i loro antenati cellulari. Quella foto era la prima cosa che sistemavi nell’armadietto.

Arrivava la partenza, dovevi affrontare un nuovo mondo, per molti era la prima volta che si stava lontano dai genitori, dalla ragazza e spesso (forse molte ragazze fidanzate non lo hanno mai saputo) ci si raccomandava all’amica fidata per essere informati sulla fedeltà.

Per chi era destinato a Taranto, c’era il famoso pulmino di “Grieco” che nel periodo del Car ti portava a casa e la sera ti riportava in caserma con partenza dalla stazione di Molfetta. Quelle ore passavano in fretta. Se la tua futura destinazione era base Taranto, quante levatacce quando tornavi in pernotto per prendere il pullman dell’Itasider, l’odierna Ilva, che partiva alle 4.30 da Santa Teresa tutti i giorni. E se dovevi rientrare un festivo la partenza era alle 4.19, e stringevi amicizia con tanti operai dell’Italsider.

Quanti si vedevano al ritorno a Molfetta passeggiare con divisa. Lungo le vie della “movida molfettese” eri l’osservato speciale.

In quel periodo si fortificavano gli amori ma spesso se ne rovinavano altri. Si aspettavano lettere, a volte, fra commilitoni e ti accorgevi se qualcuno era tornato single. Si scrivevano lettere piene di promesse, non erano sms o chat con poche lettere senza vocali, ciò che succede oggi. Poi la fila al telefono, si ascoltavano i “quanto mi ami” degli altri, si cercava la cabina più lontana per avere un po' di privacy, peccato che tutti avevano avuto lo stesso pensiero e si ritrovava a far la fila.

In quel periodo stringevi amicizia con i commilitoni di altre parti d’Italia, in pratica imparavi a far gruppo e a reagire, in parole povere a cavarsela da soli. A volte c’era anche il lato negativo che spesso rovinava tutto: il “nonnismo” che sarebbe il moderno “bullismo”. Ne facevano le spese i deboli o i ribelli.

Quanti ricordi vengono ancora conservati: i numeri telefonici scritti al momento del congedo che ancora si conservano. Spesso ci si ritrova sui social.

Chissà se si decidesse di rendere obbligatoria la “naja” come la vivrebbero i giovani di oggi. A’ posteri (forse) l’ardua sentenza, noi potremmo dire come nel film di Toto: Ho fatto il militare a Cuneo!

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