L'intervista

Lucrezia D’Ambrosio e una vita in Gazzetta: «Perderla sarebbe come perdere un pezzo di Puglia»

La storica corrispondente da Molfetta esprime il suo punto di vista sulla crisi del giornale pugliese

Attualità
Molfetta lunedì 14 gennaio 2019
di Pasquale Caputi
Lucrezia D'Ambrosio
Lucrezia D'Ambrosio © n.c.

Per 22 anni ha raccontato Molfetta sulle pagine della Gazzetta del Mezzogiorno. E oggi che la Gazzetta rischia seriamente di morire, Lucrezia D’Ambrosio fa un appello e un’analisi della situazione attuale. La storica corrispondente dalla nostra città ricorda i momenti più belli della sua esperienza, ma dettaglia pure le cause e gli errori che hanno portato alla crisi di oggi.

Lucrezia D’Ambrosio, cosa significherebbe perdere la Gazzetta?
Perdere un giornale come la Gazzetta sarebbe come perdere un pezzo di Puglia. Significherebbe lasciar andare un racconto della nostra regione che va avanti da 130 anni.

Non crede che la situazione attuale raffiguri plasticamente la crisi di tutto il settore della carta stampata?
La crisi dei giornali è sicuramente una cosa che riguarda tutti, ma qui è diverso. Sembra non si voglia far nulla per evitare che muoia. C’è un silenzio assordante delle istituzioni. Oggi il proprietario della Gazzetta è lo Stato. Da ciò che si sta vedendo, c’è quasi una volontà nazionale di far morire una voce del sud.

A quando risale il suo primo pezzo in Gazzetta?
Il primo pezzo che ho scritto risale all’8 marzo del 1996. In luglio dello stesso anno divenni corrispondente ufficiale. Ricordo che il 2 luglio l’apertura del giornale fu sul caso dei pescatori contaminati dall’iprite. Si accesero i riflettori su questa situazione: i pescatori pescavano e si ustionavano. Divenne un caso nazionale e internazionale. Lo scrissi io e sono legatissima a quell’articolo.

Altri ricordi?
Più di recente l’inchiesta sulle traversine non smaltite ma vendute in Albania a 10 euro al pezzo. Ma c’è un’altra situazione che rivivo come se fosse ieri.

Ovvero?
Il ricordo più forte è senz’altro quello dell’11 settembre 2001. Stavo facendo una sostituzione estiva. Ero in redazione e i televisori erano accesi sui canali principali. Al momento dello schianto ricordo che una collega mi abbracciò e mi disse che era la fine del mondo.

Pensa che la Gazzetta debba fare un po’ di autocritica?
Negli ultimi 15 anni c’è stata forse una gestione miope. Il mondo andava in una direzione, ovvero il web, mentre la Gazzetta ha continuato ostinatamente ad ancorarsi al cartaceo. Oggi una nuova organizzazione sarebbe stata utilissima, soprattutto considerando una rete di collaboratori invidiabile, in grado di coprire ogni angolo del territorio. Solo ora si fa mea culpa.

Pensa che ci siano le condizioni per una salvezza in extremis?
La Gazzetta è in coma irreversibile e anche se dovesse sopravvivere, non sarebbe più la stessa cosa. Non sarebbe il giornale della Puglia. Diventerebbe uno dei tanti, con un editore che imporrebbe la propria linea.

Come si può cercare di salvare il salvabile?
Mi auguro che i pugliesi, i giornalisti, i colleghi abbiano un moto di orgoglio, mettano in atto ogni reazione perché l’anima della Gazzetta resti in Puglia e parli della bellezza della nostra regione. Non siamo “i terroni”, abbiamo pari dignità. Invece sembra non esserci unità di intenti, neanche nella stessa Gazzetta.

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