La storia di Giandomenico, ventiseienne molfettese, e della sua guarigione dal covid

Negativizzato dal covid: “Durante l’isolamento ho riscoperto l’essenzialità”

“È stata una situazione psicologicamente estenuante e si è riflessa anche sui miei genitori”

Attualità
Molfetta lunedì 30 novembre 2020
di Alessia Sciancalepore
La solitudine durante il Coronavirus. La storia di una famiglia molfettese
La solitudine durante il Coronavirus. La storia di una famiglia molfettese © n.c.

Quella che ha inizio sabato 30 ottobre, è una storia piuttosto comune, di questi tempi. Una storia come quella di molti altri ragazzi. È la storia di Giandomenico, ventiseienne molfettese.

Ma, la sua, è anche una storia di speranza, di forza e coesione familiare. È un racconto che si sforza di guardare, con la tenacia sfacciata della positività, ad un periodo in cui, anche il solo termine “positivo”, fa rabbrividire.

“A fine ottobre ho iniziato a star male: mi sentivo debole, avevo la febbre – ci racconta Giandomenico – Poi sono arrivati sintomi più eloquenti, come i dolori muscolari e le difficoltà respiratorie. Dopo un periodo di cura, sono spariti i sintomi più “grossolani”. Ma la difficoltà a respirare e il deficit dell’olfatto e del gusto sono rimasti. Solo a distanza di 4 giorni sono stato segnalato all’Asl per un tampone molecolare”.

Un tempo lunghissimo, quello intercorso tra la segnalazione e l’attesa di una chiamata mai arrivata dalla Asl.

“In famiglia abbiamo deciso di muoverci autonomamente – prosegue – Siamo andati in un centro analisi per sottoporci ad un tampone antigenico, il cosiddetto tampone rapido. Io positivo, la mia famiglia negativa”.

Ed ecco che la quotidianità, che sembrava normale fino ad un giorno prima, viene completamente stravolta.

“Ci siamo dovuti organizzare tra le mura domestiche: abbiamo spostato il mio letto, la scrivania e tutto il resto in una stanza nella quale potessi isolarmi. Ero confinato h24. Quando dovevo pranzare o cenare, mi portavano il cibo su di un vassoio, poggiando tutto su un tavolino che avevamo messo fuori dalla porta. Loro bussavano, io aprivo e prendevo qualsiasi cosa mi lasciassero”.

Una situazione psicologicamente estenuante, che si è riflessa su tutta la famiglia, genitori compresi, in quanto impossibilitati a recarsi al lavoro.

“Loro hanno vissuto “con me” una quarantena vera e propria. È un periodo particolare, quello dell’isolamento, provi tutte le sensazioni possibili: dall’angoscia, alla tristezza, alla rabbia, alla frustrazione. Le giornate sembravano infinite, non avevo contatti con nessuno, aprivo la porta ma, di fatto, non potevo uscire”.

Tuttavia, dopo quasi un mese, l’agonia ha avuto fine. Totalmente dimenticati dall’Asl, Giandomenico e la sua famiglia hanno provveduto privatamente a fare i tamponi molecolari necessari per poter confermare la negativizzazione e l’avvenuta guarigione.

“Non ho ricevuto alcuna chiamata dalle istituzioni sanitarie per recarmi a fare un tampone. Da cosa dipendono le convocazioni dell’Asl? Perché abbiamo dovuto pagare fior fior di soldi, di tasca nostra, per tutta la famiglia?”

Ma, all’amaro in bocca dell’ingiustizia, si sostituisce la gioia di essere di nuovo sani e di aver riscoperto un nuovo senso di essenzialità.

“Forse sono grato a questo periodo, mi ha aiutato a ridurre e smussare il superfluo. E poi ci ha fatto crescere come famiglia, siamo stati uniti: non è una cosa scontata”.

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