Colpo di scena nell'omicidio Bufi. Condannato il perito del tribunale

Un anno di reclusione e 5 di interdizione a Maria Tricarico. Ritenuta colpevole di falsa perizia su una registrazione fondamentale per l'accusa nel processo a carico di Marino Domenico Bindi

Cronaca
Molfetta mercoledì 31 marzo 2010
di La Redazione
© omicidiobufi.it

Cosa è successo quella sera del 3 febbraio 1992 sul ciglio della strada statale 16 bis, a cento metri dallo svincolo per la zona industriale di Molfetta? Chi ha ucciso 23enne molfettese Annamaria Bufi? Quale il motivo di tanta violenza nei suoi confronti?

Domande che da diciotto anni costiuiscono uno dei più fitti misteri della cronaca cittadina. Un processo archiviato, riaperto, archiviato e di nuovo riaperto, giunto ora in Cassazione. Altri procedimenti collegati.

In uno di questi, ieri, il giudice del Tribunale di Trani Maria Grazia Caserta ha ritenuto colpevole di falsa perizia Maria Tricarico, consulente nominato dalla Corte di Assise di Trani nel corso del processo per il delitto, condannandola alla pena di un anno di reclusione e cinque di interdizione dai pubblici uffici.

Per comprendere il ruolo del perito bisogna tornare indietro nel tempo.

Per la procura a compiere il delitto sarebbe stato Marino Domenico Bindi, gestore all'epoca dei fatti di una palestra a Bisceglie, che per otto anni aveva intrattenuto una relazione sentimentale con la vittima. A corroborare la teoria ci sarebbe una confidenza raccontata a un suo amico, Onofrio Scardigno, in un momento di disperazione: «Cosa ho fatto, cosa ho fatto. Ho ucciso Anna Maria». Parole che Scardigno avrebbe tentato di nascondere agli inquirenti, e chi gli erano valse l'accusa di favoreggiamento.

Entrambi sono stati assolti in appello il 25 settembre dello scorso anno.

La circostanza del colloquio tra Bindi e Scardigno sarebbe stata raccontata da quest'ultimo a una terza persona, Michele Nanna. Il testimone aveva riferito di aver appreso che una sera Scardigno, chiamato a soccorso dalla madre di Bindi, aveva ritrovato il suo amico in cammino sulla strada per Bisceglie in preda allo sconforto. Durante la conversazione, Bindi avrebbe dichiarato: «Che cosa ho fatto, che cosa ho fatto. Ho ucciso Annamaria» riferendosi appunto all'omicidio della Bufi.

Nanna, in possesso di un registratore portatile, aveva intercettato le dichiarazioni di Scardigno  e consegnato la registrazione agli inquirenti. Interrogato, l'amico di Bindi aveva in un primo momento negato sia di aver parlato con il teste che di avergli riferito la frase di Bindi. Salvo poi ritrattare, dopo l'ascolto della registrazione.

Per trascrivere la conversazione tra Nanna e Scardigno la procura aveva nominato un perito, Maria Tricarico, da anni impiegata nel tribunale come stenotipista. Questa ha negato di aver ascoltato la seconda frase «Ho ucciso Annamaria», limitandosi alla trascrizione della prima («Che cosa ho fatto, che cosa ho fatto»).

Secondo gli inquirenti, invece, non solo la frase avrebbe fatto parte della registrazione, ma sarebbe stata ben distinguibile anche da un orecchio inesperto. Di qui l'accusa alla Tricarico di aver redatto una falsa perizia, con la conseguenza di aver privato l'accusa di un importante elemento di prova a carico del presunto omicida.

Bindi era stato infatti assolto anche perché, scriveva la corte nella sentenza assolutoria, quella frase «Che cosa ho fatto, che cosa ho fatto» poteva riferirsi a qualsiasi altra situazione ma non era certo - non avendo il perito ascoltato la successiva parte «Ho ucciso Annamaria» - riferita al fatto di avere ucciso la Bufi.

Il giudice ha invece ritenuto che la frase contenente la presunta autoconfessione dell'omicidio fatta da Bindi all'amico Scardigno facesse parte della conversazione e fosse distinguibile in modo chiaro, e condannato la Tricarico.

Questa sentenza si pone come un importante tassello nella risoluzione del caso, tuttora pendente presso la Corte Suprema di Cassazione di Roma, ma anche degli altri casi collegati

Il Tribunale di Trani deve infatti ancora giudicare per il reato di favoreggiamento Anna Andriani, arrestata dalla Squadra Mobile di Bari e in seguito scarcerata per un vizio di forma dell'ordinanza. È accusata di aver taciuto per anni agli inquirenti di essersi recata quella sera del 1992, chiamata da Bindi in suo soccorso, sul luogo del delitto, trovandosi davanti al cadavere di Annamaria Bufi.

Ancora processi, udienze, documenti, testimonianze. Sono ormai diciotto gli anni in cui la complessa vicenda si snoda tortuosa e misteriosa alla ricerca della verità.

Lascia il tuo commento
commenti
I commenti degli utenti
  • trealiquote ha scritto il 31 marzo 2010 alle 20:19 :

    ai genitori forza e coraggio la verità sta uscendo fuori, sarà fatta giustizia e anna maria riposerà in pace Rispondi a trealiquote

  • tiupin ha scritto il 31 marzo 2010 alle 16:29 :

    Ragazzi tenete presente che,passano anni ma la verità viene a galla.Sapete da chi??? dai morti che vogliono vendetta. Rispondi a tiupin

  • VANNEDDA ha scritto il 31 marzo 2010 alle 15:09 :

    QUESTO E' IL PROCESSO AL PROCESSO: ANCORA UNA VOLTA IL "TASSELLO" RIGUARDA FATTI DEL PROCESSO BINDI CHE STRANAMENTE STANNO.........FUORI DA QUEL PROCESSO,CON L' IMPUTATO AD OGGI ASSOLTO.- DOBBIAMO CONTINUARE A CHIEDERCI COME MAI IL PROCESSO BINDI HA SCATENATO TANTI ALTRI PROCESSI A PERITI, AVVOCATI, CARABINIERI, GIUDICI, TESTIMONI, FIANCHEGGIATORI, ECC..... Rispondi a VANNEDDA

  • baldodegliubaldi ha scritto il 31 marzo 2010 alle 11:44 :

    Come al solito, tra tanti "pezzi grossi" pagherà solo il pesce piccolo... Che disgusto! Rispondi a baldodegliubaldi

  • banderas ha scritto il 31 marzo 2010 alle 10:54 :

    E' vergognoso quello che succede nei processi italiani...ma la verità dov'è?????La verità non salterà mai fuori!!! Non c'è pace per Anna Bufi neppure da morta!! Rispondi a banderas

  • sprukl ha scritto il 31 marzo 2010 alle 08:11 :

    mah.. Rispondi a sprukl