L’intervista

Addamiano

Maestro di sintesi, impressionista del vero.

Cultura
Molfetta martedì 24 giugno 2008
di Lorenzo Pisani
© Natale Addamiano
Una mostra che si dirama in tre direzioni.
«Tre i temi affrontati: diari notturni, le gravine e notturni. I primi risalgono al periodo ’70-‘71 e saranno visibili presso la Chiesa della Morte; le gravine, che vanno dal 1979 al 2008, sono, invece, un omaggio alla mia terra e alla gente di quei luoghi; i notturni sono opere del decennio 1998-2008 e raffigurano il paesaggio murgiano con il suo cielo stellato, i giochi di nuvole».

Quasi quarant’anni di percorso creativo.
«Potrei chiamare la mostra “Puglia”. Il filo che unisce i tre momenti è la natura, le figure, le persone della mia terra. I diari notturni nascono dalla lontananza da Molfetta: li definisco “spaventi notturni”, in quanto narravano la mia paura di perdere la vicinanza ai miei genitori.
Le gravine ricordano, invece, la mia infanzia. È una pittura intima, non “sociale”
».

A parlare è Natale Addamiano, molfettese di Milano o milanese di Molfetta, che alla sua terra natale, quella Murgia così differente nelle rappresentazioni eppure così uguale nell’anima, ha dedicato una considerevole parte della sua produzione pittorica.

Con l’estate il maestro arriva in città, spesso per inaugurare sue personali. Stavolta, addirittura, si fa in tre, come le esposizioni che compongono la mostra che prenderà il via il prossimo 5 luglio. La chiesa della Morte, il Torrione Passari e la Sala dei Templari accoglieranno i “Diari Notturni”, “Le gravine” e i “Notturni”».

Si presenta all’appuntamento carico di pubblicazioni, fascicoli, bozzetti - manca poco all’inaugurazione, ci sono manifesti da sistemare, colori da definire – la maggior parte sono cataloghi di sue opere che sfoglia durante l’intervista, illustrando i dipinti argomento della conversazione.

Tra queste pubblicazioni quella della mostra Paris 1900 - La collezione del Petit Palais di Parigi visitata al suo arrivo in Puglia. Ne parla con l'ammirazione di chi ha ancora voglia di scoprire, imparare.
Addamiano è anche questo. Impressionista nella forma, sintetico nell’indole, appassionato di calcio.
E di Molfetta. E di Roma. E di pittura. E di tecnica.

«Se sono arrivato a questi risultati lo devo alla sintesi, all’astrazione tra colore e luce dovuta al dialogo continuo con il paesaggio. Il dialogo è come fare l’amore e stare sempre con la stessa persona; standole sempre vicino finisci con conoscerla tendendo appunto alla sintesi, all’astrazione, anche al pianto.

Guardi questi azzurri
– mostra un dipinto - vi è l’idea che in questo luogo c’è aria, pulita, come la gente che ci abita. Un altro elemento caratterizzante è lo jazzo, affascinante cattedrale nel deserto, dalla sua caratteristica forma a ventaglio: nel primo piano ci sono i bianchi che indicano la polvere, i tratturi, poi compaiono gli azzurri e i blu che giocano con il rosso dei falò».

È stato detto: “Il paesaggio pugliese è il paesaggio dell’anima di Addamiano”.
«Tempo fa una donna giapponese mi ha detto: “Sono stata in Puglia ma questi paesaggi non li ho visti!”. Certo, perché il modo con cui io vedo il paesaggio non è detto che corrisponda alla realtà».

Lei che è nato, cresciuto e spesso ritornato in questi luoghi, come vive i cambiamenti che il progresso apporta al paesaggio?
«Sono luoghi così estesi che i cambiamenti quasi non li si nota. A volte sono gli stessi pastori a modificare il paesaggio per renderlo inaccessibile al progresso e non accettano nessuno sui loro terreni. Succede anche a me quando mi porto con cavalletto e colori per dipingere, mi fanno sempre tante domande..».

I suoi paesaggi sono ritratti da lontano, quasi da una sorta di “osservatorio privilegiato”. Perché?
«Preferisco le vedute “a volo di uccello” per rendere “l’insieme” del luogo, quasi per renderlo più astratto. Sono sempre un po’ lontano dalla scena per rendere la sintesi e le sensazioni di quel luogo, giocando con il colore e le varie luci nella giornata.

Il paesaggio lo invoco, lo aspetto, sono affannato da voler riprendere la realtà. Gli artisti sinceri sono quelli affascinati da un luogo più degli stessi suoi abitanti, questo aspetto è fondamentale
».

La sintesi propria delle sue creazioni attraversa anche altri aspetti della sua vita?
«Nella vita per andare lontano bisogna saper leggere le cose e saperle sintetizzare.
Per esempio, mi concentro solo su poche passioni, una di queste è lo sport, per la precisione solo uno sport, il calcio, di cui mi reputo un grosso osservatore
».

Domanda a questo punto obbligata: chi è il miglior calciatore in circolazione?
«Cassano, senza dubbio. È un talento innato, temprato dalle difficoltà della sua condizione, da quel modo di giocare “da furbetti” nei vicoli del centro storico. Vedo in lui tanta voglia di riscatto.
Non a caso a sostenere che sia il migliore è uno come Maradona, un altro genio
».

La vittoria dei sentimenti sulla razionalità.
«Ho bisogno più dei sentimenti che delle storie, della cronaca. Per fare un paragone con il cinema, più Pasolini e Visconti che Fellini. Di stampo impressionista cerco l’impressione, lontano da ogni omologazione».

Tra le varie città in cui ha esposto, Tokio, New York, Londra: cosa le è rimasto di quei luoghi?
«Niente. Amo la Storia e quindi per me la più grande città è Roma, con le sue rovine, i suoi pini. In una classifica ideale colloco Venezia e poi Londra; di Parigi, poi, mi piace “l’aria”.
Londra è una città di grande fascino; i londinesi sono curiosi, viaggiatori, allo stesso modo dei molfettesi
».

Molfetta?
«Ripeto spesso che Molfetta è la città numero 1 in Puglia (escluso lo sport nel quale non primeggia per mancanza di soldi). Basti pensare che a Milano nell’Accademia di Brera fino a poco tempo fa ci sono stati tre titolari di cattedra molfettesi: Grillo, Gadaleta e me. A Bari, al momento di fondare l’Accademia, furono chiamati due maestri molfettesi. Ha ragione Guerricchio: Molfetta è l’Amsterdam della Puglia».

È stato allievo di un grande come Cantatore. Ricordi di quegli anni?
«Sono stato suo allievo, ma non ne ho imitato lo stile, se non la sua brava natura e la preparazione.
Ricordo che rimproverava gli alunni che tentavano di imitarlo (era impossibile tra l’altro); al contrario, io facevo le mie cose e così mi guadagnai la sua stima, al punto da chiamarmi a Brera alla sua cattedra
».

Cantatore è stato un grande cantore del Sud.
«In questo ha fatto benissimo, dipingendone gli uomini, i vecchi che sostavano in piazza, li ha resi come una “Bibbia del Sud”».

A quali maestri guarda un maestro?
«Guardo solo i grandi artisti: Van Gogh, Cezanne, Munch, i Macchiaioli, cerco di capire perché sono i più grandi. Li scruto. Quando penso a Van Gogh mi chiedo: “Possibile che nessuno all’epoca capì il suo valore?”.
Grandi emozioni trasmettono Picasso, uno che disse: “Ammazziamo l’arte e facciamo pittura” e De Chirico. Con loro è nata la pittura moderna
».

Lei ha affermato che la pittura rende “il vero” più della fotografia.
«Perché la pittura è fatica, entusiasmo e costanza di portarsi sul vero, “en plein air” cavalletto e pennelli alla mano. Il maestro del vero è De Nittis; rispetto a lui la mia visione di realtà è più personale, astratta».

Il vero a Molfetta: quali i luoghi preferiti da Addamiano?
«Il centro storico con i suoi resti – in particolare Via Amente – e i cantieri navali vicino alla chiesa di San Domenico, che spero non saranno portati via. Lì trovo la storia dei molfettesi: l’imbarco, la partenza, le costruzioni. Sono una testimonianza presente ormai solo nella nostra città».

Cosa, invece, di Molfetta non riconosce più?
«Per il momento i luoghi che ho dipinto e che continuerò a dipingere non sono stati ancora aggrediti. L’orizzonte del mare, però, comincia ad essere chiuso dal nuovo porto, ma se ci sarà un beneficio economico è inevitabile.
Purtroppo se dovessero essere distrutti i cantieri navali sarei addolorato, la domenica spesso sono lì con il mio cavalletto, indisturbato
».

C'è spazio per il bello oggi?
«Il bello oggi bisogna cercarlo. Oggi noto che si sta perdendo la tecnica, specialmente nei giovani che non vogliono faticare con la pittura. Nelle loro opere sono assenti le sfumature e lo studio dei colori; predominano, invece, le installazioni e la fotografia.
La cura dei particolari, però, paga. Non a caso uno dei pittori contemporanei più famosi, e quotati, è Lucian Freud, uno che necessita di mesi prima di completare un’opera
».
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