In tribunale la vicenda delle palazzine Fontana

«Materiale non idoneo e riduzione dolosa dei copri ferro»: l’accusa del Pm Savasta ai due imputati, Giuseppe Calò e Leonardo De Gennaro

Cronaca
Molfetta giovedì 02 luglio 2009
di Lorenzo Pisani
© n.c.
Edifici costruiti con tecnologia sperimentale antisismica abbattuti pochi anni dopo la loro realizzazione: il caso delle palazzine in via Prolungamento Aldo Fontana non mancò dieci anni fa di far discutere.

E ancora oggi, quando manca poco alla consegna dei nuovi stabili, le polemiche non mancano, gli interrogativi restano.

Adesso degli aspetti penali della vicenda si occuperà il Tribunale di Trani: a seguito dell’udienza preliminare dello scorso 15 giugno il Gup Schiralli ha rinviato a giudizio in due: Giuseppe Calò, titolare dell’impresa Ital.Co. e Leonardo De Gennaro, direttore dei lavori e incaricato del rilascio di collaudo finale.

Secondo il Pubblico Ministero dott. Antonio Savasta, i due, in concorso tra loro, avrebbero causato «dissesti statici di notevole entità causati dalla profonda ossidazione dei ferri strutturali delle solette dei balconi e dei solai intermedi e di copertura con corrosione delle strutture metalliche e conseguente disgregazione delle parti». La causa dei danni che spinsero i tecnici a disporre l’abbattimento sarebbe da ricercare secondo la Procura nell’impiego «di materiale inidoneo a creare calcestruzzo di buona qualità, oltre alla riduzione dolosa di spessori copri ferro al di sotto dei valori prescritti dalla legge senza procedere neppure al collaudo dei materiali».

La prima udienza del processo si terrà nella sezione staccata del Tribunale a Molfetta il 22 settembre. Ad oggi solo cinque famiglie sulle cinquanta coinvolte hanno deciso di costituirsi parte civile; saranno rappresentate dall’avv. Marcello Magarelli. L’imputato Calò sarà difeso dall’avv. Bepi Maralfa.

Cinque sono le palazzine protagoniste involontarie di questa storia, costruite anche grazie al contributo destinato dal Ministero dei Lavori Pubblici all’edilizia sperimentale (circa un miliardo e mezzo per l’utilizzo di tecnologia antisismica). Nel 1999 comincia il calvario: in uno degli edifici, il n° 13, cominciano ad avvertirsi le prime crepe e fessurazioni. E cominciano le perizie tecniche, di cui la vicenda è particolarmente ricca.

Duilio Maglio (l’accertamento tecnico preventivo che per primo dà una stima dei danni), l’ing. Di Paola del Politecnico, il collega prof. Mezzina. Tra le ipotesi della corrosione, il possibile utilizzo di acqua salmastra nell’impasto del cemento.

Nel frattempo l’Ital.Co. dichiara fallimento e prende corpo la causa civile. Imputati gli stessi Calò e De Gennaro, la curatela fallimentare e le altre aziende che hanno collaborato alla realizzazione degli edifici.

A dieci anni dai primi segnali di cedimento, dopo lo sgombro e la successiva ricostruzione, le cinquanta famiglie – ospitate nel frattempo in alloggi comunali o privati con contributi comunali - potranno tornare nelle loro abitazioni. Non senza aver versato un’ulteriore somma che è andata a integrare il contributo versato dallo Stato. Contributo sul quale in questi anni in più di un’occasione il coordinatore del Liberatorio Politico Matteo D’Ingeo ha avanzato dubbi: dieci in tutto, compresi quelli sugli altri aspetti della storia. Dieci domande che al momento non hanno avuto risposta.
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