La storia

Mestieri tramontati. Molfetta e i suoi fèschelare

Con il tramonto della marineria molfettese, cala il sipario anche sui funai

Cultura
Molfetta venerdì 07 maggio 2021
di Angelo Ciocia
Fèschelare della Secca dei Pali
Fèschelare della Secca dei Pali © Luigi Gegè Gadaleta

“U fèschelare è nu mesteìre ca spareshe a picc a picc. Ci vu u conzassìegge vatte u freic”, musica e melodia di Caparezza in Molfettamina, inno alla città, musica in vernacolo, pezzo di storia locale con lo stereo a palla.

E u fèschelare è nu mesteìre ca spareshe a picc a picc. O meglio, è già sparito. E maggio, probabilmente, è il mese ideale per ricordare uno dei tanti mestieri legati alla straordinaria cultura marittima molfettese. Meno barche, meno pescherecci, meno giovani che “si aprono il libretto di mare”, significano, inevitabilmente, meno funi, meno corde, meno lavoro per u fèschelare. Il funaio, per intenderci.

Li trovavi vicino al mare, in contrade, stradine, viuzze periferiche proprio per svolgere al meglio la propria mansione. Serviva spazio, serviva soprattutto stare al di fuori: generalmente si lavoravano oltre venti metri di corde. Si posizionava la mesciòle, letteralmente la girandola, la ruota e un ragazzo, tramite la manovella faceva girare la ruota. Alle nostre latitudini, “menava” la ruota.

Menata la ruota, il funaio la lavorava al contrario, camminando all’indietro per tutta la lunghezza la corda. Motivo per cui, un altro nomignolo per indicare il funaio era “mèst’ a l’endrète”, cioè “maestro all’indietro”.

Questo dalle prime luci dell’alba, all’ultimo barlume di sole al tramonto. Sotto il sole, con la pioggia. Con un unico inconveniente: se la mesciòle andava rotta, quel giorno era sicuramente da dimenticare, professionalmente parlando, tanto che un detto tipico dei funai era “U’ fèschlare totte le metàìne a fadgà, me ci se rombe la mesciòle, s’ gratt u’ pemmedòre…”. E grattarsi il pomodoro, significava proprio star senza far nulla. Non lavorare, praticamente.

La grande tradizione marittima molfettese aveva bisogno di questi strumenti. E, di conseguenza, Molfetta era fucina di mastri funai. Ricercati anche dai comuni limitrofi. Piuttosto centrale u fèschelare dietro la stazione ferroviaria, lì dove sorgeva l’ex cementificio. Più periferici i funai nei pressi dello stabilimento balneare di don Cristallino Gallo e quello della Secca dei Pali, poco dietro la Basilica della Madonna dei Martiri, luogo tanto storico, quanto caratteristico, ormai “inglobato” nel nuovo porto commerciale.

Con l’avvento delle industrie, però, è molto più facile acquistare bobine di corde, metraggi di funi. E così la mano, l’amore, la storia dei maestri funai è andata via via perdendosi. Da attività collaterale all’attività marittima in un borgo costiero, a mestiere in disuso: così, dopo il boom degli anni Sessanta la mesciòle dei fèschelare ha smesso di girare.

Terminata l’era dei mèst a l’endrète, è iniziata l’era delle grandi industrie e della macchine. Produttive, certamente. Ma senza cuore, senza l’amore, senza la mano dei maestri “de nê volte”

Lascia il tuo commento
commenti