Una doppia serata teatrale a Molfetta

"Vengo da Migdàl. Il mio nome è Maria", la storia della Maddalena in scena al Museo Diocesano

Lo spettacolo a cura di Antonietta Cozzoli narra anche le origini delle due sculture molfettesi

Cultura
Molfetta domenica 17 marzo 2019
di Adriano Failli
Maria Maddalena, Giulio Cozzoli
Maria Maddalena, Giulio Cozzoli © Molfettalive.it

Maria Maddalena è da sempre, nel panorama religioso, un punto di riferimento e una figura misteriosa e le sue caratteristiche sono state per secoli oggetto di studi e opere artistiche di ogni genere. Sarà per la sua umanità, per il suo essere donna in un gruppo di discepoli prettamente maschili, per il suo passato da prostituta pentita. Nell'immaginario comune, quella di Maria di Magdala è una figura sensuale, che rappresenta la personificazione del legame tra le passioni terrene e quelle divine e forse proprio per questo, è spesso associata a Gesù Cristo.

Pensare a un collegamento tra Maria Maddalena e la città di Molfetta, non può che ricondurci automaticamente ai meravigliosi capolavori scultorei di Giulio Cozzoli, così simili eppure dalla genesi completamente diversa. E' proprio questa doppia rappresentazione, questa reinvenzione di una stessa identica figura, che ha ispirato l'opera "Vengo da Migdàl. Il mio nome è Maria" andata in scena venerdì e sabato presso il Museo Diocesano, con i testi di Antonietta Cozzoli, interprete anche della voce narrante della Maddalena.

L'opera si struttura narrativamente su due livelli: il primo fa riferimento ai tempi delle sacre scritture, con un monologo di Maria Maddalena che ne reinterpreta i pensieri dal momento del primo incontro con Cristo, fino a quello della Pasqua. Il secondo livello si colloca a inizio Novecento, il protagonista è Giulio Cozzoli. Anche qui l'artista, interpretato da uno straordinario Michele Mirabelli, prende vita e narra in prima persona le vicende che hanno portato alla produzione delle due versioni della Maddalena. La prima, conosciuta come "La scandalosa", è figlia di un sogno ossessivo dell'artista. Durante un evento di gala a Vienna, alla presenza di Francesco Giuseppe d'Austria e di Elisabetta di Baviera, lo scultore si innamorò perdutamente di una dama, incontrata in quell'occasione e mai più rivista.

La visione di lei fu talmente dominante per i mesi successivi, che in qualche modo doveva lasciarne traccia: nacque così una delle opere più belle e potenti del patrimonio artistico della nostra città. Una potenza estetica trascendentale, una figura in estasi, sensuale, meravigliosamente umana. Una riproduzione ritenuta fin troppo estremizzata dalla Chiesa del tempo, che ne proibì l'acquisto all'Arciconfraternita della Morte, con conseguente divieto di portarla in processione.

Fu da questo sogno proibito, che poi l'artista produsse la seconda versione del simulacro. Quasi a rappresentare il percorso morale della stessa Maria di Magdala, la nuova opera, scolpita sul modello di Rosetta, promessa sposa al nipote di Giulio Cozzoli, Maurangelo, ritrova una nuova purezza. E' composta, priva di ogni tratto scandalistico. Conserva le braccia conserte, ora coperte. La posizione non è più danzante, ma statica. Gli occhi non sono più socchiusi, ma aperti e puntati verso il cielo. Le labbra non più rosse e sensuali, ma tristi. Un nuovo percorso artistico porta ad una riproduzione della statua inedita, che questa volta ha il benestare della Curia.

Il racconto, in un ping pong di brevi spezzoni interpretati da Antonietta Cozzoli e Michele Mirabella, va avanti, tornando ai tempi delle sacre scritture. Nel frattempo, al centro della sala, su una pedana, si muovono le ragazze del corpo di ballo di Elisa Barucchieri. Tutte le arti sono ora riunite: il teatro, le immagini, con le due statue presenti in scena e le proiezioni sulle pareti a cura di Dot Studio e, infine, la danza. Un connubio artistico esplode in momenti forti e toccanti, in cui tutto si fonde, mentre in sottofondo cresce la musica. Poi, il racconto della Risurrezione, della nuova vita che vince la morte e il buio, a spezzare la scena. Cala il sipario, le luci si riaccendono, termina così il racconto di una donna, una narrazione pregna di umanità e mistero, una storia di fede.

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