Una Chiesa capace di amare prima di giudicare

Costruiamo ponti e non scaviamo fossati

Molfetta - sabato 17 ottobre 2015
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Siamo in fiduciosa attesa di quanto uscirà dal Sinodo, a farlo nostro e a cercare di tradurlo concretamente nella vita delle famiglie, delle persone, della Chiesa, della società. Dall'altra parte ci aspettiamo però che il Sinodo sia capace di dire a tutta la Chiesa, alle associazioni laicali in modo particolare, come riuscire a farci sostegno autentico della vita quotidiana, di fede, delle famiglie. Ci aspettiamo quindi che il Sinodo indichi delle strade da percorrere. E penso che la strada principale sia quella di un'apertura vera, autentica alla quotidianità delle famiglie, che significa anche un po' di coraggio nel mostrare che la prima cosa che sta a cuore alla Chiesa è quella di accogliere la vita delle persone, di essere in grado di ascoltarle, anche nelle domande profonde, nelle fatiche che a volte si possono sperimentare nella vita familiare e cristiana.

Rispetto alle sollecitazioni del Sinodo poi, ci sono due grandi elementi: da una parte la consapevolezza che è nell'ordinarietà della vita associativa che si può offrire veramente una testimonianza vera e bella del significato e del valore della famiglia, cioè attraverso la vita ordinaria dell'associazione fatta di famiglie che vivono in modo radicato il Vangelo; in questo senso si può offrire una testimonianza autentica che educa, poiché la vera questione è educare le persone al valore e all'importanza della famiglia. E come si educa? Non tanto a parole o attraverso insegnamenti, ma facendo fare esperienza di famiglie belle, vere, autentiche, con i loro problemi e limiti ma che vivono il Vangelo.

Dall'altra parte non ci siamo sottratti allo stimolo forte di ripensarci tutti come Chiesa per andare di più incontro a tutte quelle esperienze di famiglie ferite, di vite messe in difficoltà, di percorsi problematici. E ci siamo chiesti come l'associazione può fare questa cosa. Siamo giunti alla conclusione che l'associazione può offrire a tutte queste esperienze, di chi ha avuto problemi, ferite, difficoltà, non percorsi ad hoc, al contrario può fare in modo che queste esperienze vivano dentro l'ordinarietà dei nostri gruppi, delle associazioni parrocchiali, senza nessun tipo di esclusione e anzi con una forma forte di inclusione, cioè un'associazione che s'interroga su come essere più accogliente e di sostegno a queste esperienze.

Da questo punto di vista l'Azione Cattolica ha da sempre un approccio dialogante con il proprio tempo, dentro la cultura e il tempo nel quale ci è chiesto di essere fermento. Quindi non c'è una cultura che noi consideriamo pregiudiziale rispetto al messaggio evangelico. E sappiamo anche che ogni tempo ha anche cose da insegnarci, dialogare non significa semplicemente parlare al proprio tempo ma anche mettersi in ascolto vero e profondo della cultura, della capacità creativa di un'epoca. Il che poi non significa non riconoscerne limiti e problemi ma vuol dire starci dentro veramente e non guardando a un altro tempo che c'è stato o che aspettiamo. Con Paolo VI e papa Francesco potremmo dire che il nostro modo di essere è quello di stare nel nostro tempo costruendo ponti e non scavando fossati.

Matteo Truffelli
Presidente nazionale dell'Azione cattolica

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