La storia

La magia del Park Club, la "villa al mare dei molfettesi"

Viaggio nel passato. I ricordi di un luogo amatissimo dai molfettesi

Attualità
Molfetta giovedì 06 aprile 2017
di La Redazione
Molfettesi al Park Club © n.c.

Il luogo preferito di una grande comitiva. O una villa al mare per tanti molfettesi. Il concetto in fondo è lo stesso e i lucciconi vengono ugualmente. Comunque lo si definisca, infatti, e a prescindere dal sommario, il titolo è sempre lo stesso: Park Club.

Parliamo di un pezzo di storia della città di Molfetta, un luogo di amicizie e amori, di vacanze infinite, di balli, sport e divertimento. Per anni, ogni santa estate, dalle 8 di mattina a notte fonda, il posto più apprezzato da centinaia di molfettesi, che andavano lì, al Park Club, per sentirsi a casa loro, ma a due passi dal mare.

E oggi che quel posto è dismesso, in attesa che arrivi il lasciapassare per costruire nuovi edifici, i ricordi dei protagonisti vengono a galla nonostante il passare del tempo. “Era una villa al mare per tutti i molfettesi – afferma Pino Napoli, tra i gestori della struttura tra fine anni Ottanta e primi anni Novanta – e ogni volta che parlo del Park Club si riapre un mondo immenso. Una macchina perfetta, che consentiva a tantissime persone di essere se stesse e a loro agio”.

Una grande famiglia, insomma, che faceva a gara per accaparrarsi ogni posto libero, riempiendo anche i posti liberi sulle scalinate, che sapeva come divertirsi e far divertire i figli. Perché il Park Club questo era: luogo per ogni generazione, dai più piccoli che passavano giornate interminabili tra un bagno e una partita di calcetto, ai grandi, che si dilettavano con i balli di gruppo o una partita a carte.

“Ogni estate eravamo in duemila – è il ricordo di Nicolò Lucivero, che per sette anni si è divertito da animatore della struttura – Tutt’ora mi capita ancora di parlare del Park Club. Oserei dire che è uno degli argomenti che ancora oggi fa parlare. Anche chi è diventato padre ed è quarantenne”.

Ecco perché da entrambi arriva un commento univoco sulla situazione grottesca di quel posto magico. “Una mortificazione assurda per chi ha trascorso anni stupendi di infanzia e adolescenza”. “Un dispiacere assoluto per tanti molfettesi che lì si ritrovavano come in una grande associazione”.

Un posto che mentre muore, si riapre, almeno nei ricordi di chi parla. Che potrebbe stare a conversare per ore e giornate, tante sono le cose da dire.

L’animazione, la musica, i balli, il gioco aperitivo, il gioco caffè. Il burraco e le “sarsane” a base di carne e “frnecedd”. E poi lo sfilate dei bambini, il tennis. Il Ferragosto indimenticabile. Come quella volta in cui, ricorda Nicolò, “la gestione ebbe problemi con la proprietà e ci fu il timore che fosse sequestrato il lido. I tesserati occuparono letteralmente la struttura e rimanemmo tutta la giornata fino a notte. Nessuno voleva andar via per non trovare il lido chiuso il giorno dopo”.

Oppure, per dirla con le parole di Pino, “quel ferragosto in cui riuscimmo a coinvolgere 370 persone, tutte con posto a sedere, proponendo pasta al forno, spiedini, prosciutto e melone, sangria”. Il numero degli invitati di tre matrimoni messi insieme, grosso modo. A far festa. Senza cellulari, ovviamente, questi illustri sconosciuti. E a prezzi modici e simbolici. L’importante era stare insieme.

La quotidianità era fatta da tavolate intere e comunitarie, dalla corsa pre serata dei mariti, inviati regolarmente dalle mogli, per recuperare sedia e posto in prima fila, dall’uscita della focaccia calda e dall’eco dell’annuncio. Dalla zona cabine.

Certo, la zona cabine, a ridosso delle tavole da surf, prese d’assalto per i baci serali. I più giovani andavano lì a conoscersi e corteggiarsi. Momenti immancabili di giornate che ci si porta dentro.

Ricordi su ricordi, come il concerto di padre Cionfoli a mille lire, che ebbe un successo straordinario. O la posta del cuore, box in cui – accadde un anno – chi voleva, lasciava un messaggio. Alle 14 in punto veniva letto pubblicamente.

“Ognuno aveva il suo posto – conclude Nicolò – anche se non era dovuto. C’è gente che per anni ha avuto la stessa cabina, e non avrebbe mai permesso di cambiarla”.

Come a casa sua, la villa al mare dei molfettesi. O semplicemente, il Park Club.

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