Francesco Padre, la parola al laboratorio

23 i reperti recuperati nel corso delle tre ispezioni sui fondali. Saranno affidate al Racis dei Carabinieri. Il punto delle indagini ieri in una conferenza degli inquirenti

Cronaca
Molfetta sabato 29 ottobre 2011
di Lorenzo Pisani
© Marina Militare

Tra pochi giorni saranno trascorsi diciassette anni dall’affondamento del Francesco Padre.

Nel punto in cui giace il relitto del peschereccio una lapide adesso ricorda le vittime di quel 4 novembre 1994: Giovanni Pansini, Luigi De Giglio, Saverio Gadaleta, Francesco Zaza e Mario De Nicolo. I primi quattro non hanno mai ricevuto sepoltura.

Il fango dei fondali però potrà restituire dignità e onore all'equipaggio, e togliere altro fango, impalpabile, gettato 17 anni or sono sull'intera marineria molfettese. La barca non colò a picco per un'esplosione interna, nessun trasporto illegale di armi: questo sta emergendo dalle indagini riaperte nel febbraio 2010 dalla procura di Trani.

Ieri mattina nel terminal crociere del porto di Bari il punto della situazione. Sono 23 i reperti prelevati con l’ausilio del nucleo Sdai della Marina Militare. Palombari e robot sono scesi a -247, la quota dei fondali a 20 miglia da Budva per recuperare materiale utile a comprendere le cause della tragedia.

I contenitori saranno sottoposti alle indagini di laboratorio del Racis. La scientifica dei Carabinieri – come ha spiegato il sostituto procuratore della procura di Trani Giuseppe Maralfa - dovrà stabilire tra le altre cose se un pezzo di legno con un foro, recuperato nei pressi del relitto, sia effettivamente parte dello scafo del motopesca.

Potrebbe essere la svolta attesa da tanto tempo. Saranno cercati anche residui di esplosivo nei brandelli di tessuto, nelle scarpe e negli altri oggetti ripescati.

«Andremo a fondo, come hanno fatto i palombari, per cercare la verità», ha commentato il procuratore capo Carlo Maria Capristo. Le indagini in un anno e mezzo hanno permesso di acquisire documentazione dal Governo, dalle forze armate e dalla Nato; di ascoltare l’allora ministro della Difesa Cesare Previti, di eseguire altre perizie. E di scendere per tre volte sui fondali dell’Adriatico.

S’indaga non tralasciando alcuna pista. Dall’operazione Nato “Sharp Guard”, al trasbordo del pescato, a eventuali tangenti richieste da un’organizzazione criminale montenegrina.

Un groviglio di date, fatti, persone pari solo a quello delle reti che avvolge nel buio degli abissi ciò che resta della barca.

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