«La fantascienza non è solo ufo e dischi volanti!»

Donato Altomare conferisce sul romanzo fantascientifico all'Università Popolare.

Cultura
Molfetta giovedì 28 giugno 2007
di Pasquale Caputi
© molfettalive.it

“La fantascienza è un genere diverso rispetto all’ufologia o alla futurologia”. Con queste parole Donato Altomare ha più volte sottolineato l’assunto base della narrativa fantascientifica.

Nel corso della conferenza su questa forma letteraria, tenutasi martedì sera all’Università Popolare Molfettese, a conclusione dell'anno accademico 2006-07, Altomare ha voluto manifestare il suo totale disaccordo con quanti considerino la SF (Science Fiction) un genere costellato di ufo, navicelle spaziali, dischi volanti.

In realtà, dice lo scrittore di Mater Maxima (premio Urania 2001), “l’ufologia è una forma di parascienza, e la futurologia è un’ipotesi del futuro, partendo da situazioni attuali”.

Altomare ammette che molti scrittori di fantascienza adottano stilemi futurologici, ma non tutti, e non a sufficienza da poter identificare un genere con l’altro.

“Nei romanzi fantascientifici non c’è preveggenza, piuttosto prevale la legge della casualità, per cui a volte accade che lo scrittore intuisca qualcosa, ma senza pretendere di prevedere ogni aspetto del futuro”, afferma il relatore.

Fino a qualche anno fa essere scrittore di fantascienza era un autentico problema, prosegue l’ingegnere molfettese, perché tale forma narrativa era considerata un genere inferiore rispetto ai tradizionali. Eppure non sono mancati illustri rappresentanti del settore, come il Calvino delle Cosmicomiche, Landolfi, Umberto Eco, che in molte parti del suo “Il nome della rosa” fa largo uso di formule tipicamente fantascientifiche.

Proprio una curiosa vicenda relativa a Calvino diventa lo spunto per parlare della peculiare storia editoriale dei racconti di Altomare.

C’è un’edizione delle Cosmicomiche risalente agli anni ’60, la cui premessa, dice Altomare, cerca in ogni modo di negare l’appartenenza della raccolta al genere fantascientifico, come se, ammettendola, si facesse un danno all’immagine dell’intellettuale ligure.

La stessa vicenda editoriale di Altomare alterna grandi successi alla difficile sorte che spetta ai rappresentanti del genere. Il narratore (come lui ama definirsi) ricorda quanto sia difficile ottenere un po’ di visibilità nel complesso panorama italiano dell’editoria, ancor di più se si è meridionali e se si ambientano molte delle proprie storie, come è il suo caso, nelle terre d’origine. Troppo scorso il fascino e la curiosità che infonderebbe uno scrittore di tale identità.

La situazione assume connotati decisamente più paradossali se si pensa che la fantascienza è un genere ammirato dai più giovani per via della capacità di mantenere costante l’attenzione dei lettori, per le possibilità insospettabili che ogni pagina sa dischiudere; tutte caratteristiche che ne fanno un mondo assolutamente avvincente.

Tale aspetto non è di secondo piano, a maggior ragione se chi regge le fila della vicenda ha l’abilità “di raccontare storie, che poi riesce a trasferire agli altri”. Altomare specifica che proprio in questi casi si è dinanzi ad un vero narratore, la cui perizia sta nell’assicurare la molteplicità delle strade percorribili, la possibilità che si possa dire tutto e il contrario di tutto da un momento all’altro, senza con questo smarrire il filo logico che lega l’intreccio.

Altomare, in questo senso, è un autentico narratore: prolificità e instancabile desiderio di raccontare storie ne fanno un atteso e ascoltato menestrello. Nelle sue narrazioni si fondono ingegnosa intuizione e recupero del passato; custodisce il prezioso repertorio di leggende e vicende ambientati in un passato non troppo lontano, eppur quasi mitico e ancestrale; e al contempo si fa divertito e funambolico ideatore di straordinari marchingegni narrativi.

La serata termina con la lettura di “Narrando”, in cui si condensa il senso della letteratura di Altomare: il racconto come vita, le parole come “conditio sine qua non” della stessa esistenza, il tutto intriso di solarità e ottimismo, nel segno di una contagiosa risata, ma non scevra di spunti di acuta e profonda riflessione

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