Il film

Lilia Silvi, l’arte di vivere il cinema

Per la prima volta la diva dei “telefoni bianchi” si racconta. Lo fa in un documentario del regista molfettese Mimmo Verdesca, premiato sabato al Valdarno Cinema Fedic

Cultura
Molfetta lunedì 23 aprile 2012
di Lorenzo Pisani
Mimmo Verdesca con Lilia Silvi
Mimmo Verdesca con Lilia Silvi © fuxia contesti d'immagine

«È una specie di malattia, la mia. Come tanti altri. È che ti senti proprio portata a stare davanti a una ripresa, davanti a un regista, a un operatore, a una truccatrice. Ti senti in famiglia, ti senti a casa tua».

A voler trovare migliore definizione del mestiere dell’attore si farebbe fatica. Il copyright è di Lilia Silvi, star del cinema negli anni Quaranta, quando i “telefoni bianchi” provavano a far dimenticare paure e miserie di guerra.

L’attrice, oggi novantenne, si è raccontata per la prima volta in un documentario ideato, diretto e montato dal molfettese Mimmo Verdesca prodotto da Fabio Grossi e Leo Gullotta. “In arte Lilia Silvi” è il titolo della pellicola, presentata alla sesta edizione del Festival Internazionale di Roma e al Bif&st 2012. E premiata sabato col Giglio Fiorentino d'argento della Giuria al XXX Valdarno Cinema Fedic (63mo Premio Marzocco).

Più che un documentario, un film, come affermato da Gianni Amelio. Il celebre regista è solo uno dei tanti volti noti che ha avuto modo di spendere parole di elogio per il lavoro di Verdesca. Ettore Scola, tra gli spettatori di un’indimenticabile serata al Teatro Eliseo di Roma, l’ha voluto al festival barese di cui è stato presidente.

Il recupero della memoria ha guidato la macchina da presa, ci spiega il giovane regista molfettese. Memoria di un cinema che non c’è più, dimenticato in fretta alla fine del conflitto, spazzato via dal neorealismo di un’Italia che voleva rialzarsi in piedi e in fretta. «Ho voluto raccontare alle nuove generazioni quello che è stato. Senza di cui non saremmo ciò che siamo oggi», dichiara Verdesca.

Lilia Silvi, al secolo Silvana Musitelli, come racconta nella pellicola il critico Orio Caldiron, capisce sin da subito che il set sarebbe stato casa sua. La sua carriera è un lampo. Debutta nel 1936 e arriva al successo nel 1939 con il film "Assenza ingiustificata". Con Alida Valli e Amedeo Nazzari diventa la stella dell’autarchico cinema nostrano. Ha dalla sua un caratterino niente male, miete successi e conquiste. Dice di no a Nazzari, che la voleva in sposa, per il grande amore della sua vita, il calciatore del Genoa e della Nazionale Luigi Scarabello. Lo sposa quando ancora sposare i calciatori non era di moda; con lui condividerà 67 anni di matrimonio.

Eppure, lontano dalle luci dei riflettori, non fa la diva. Al termine delle riprese torna a casa, non frequenta il jet set: «Una personalità lontana da ogni stereotipo».

Con Nazzari, dopo il “gran rifiuto”, fa coppia in altre pellicole di successo. “Scampolo”, “La bisbetica domata” sono alcuni dei titoli caduti nell’oblio e riscoperti grazie a Verdesca. «Sono entrato nella sua vita in punta di piedi», racconta. Per convincerla le ha prima scritto, chiedendole un incontro, poi è stato ospite nel suo appartamento romano. Roba d’altri tempi.

Davanti alle telecamere la Silvi è davvero a suo agio, ancora oggi. Parla con gli occhi. A volte si bagnano, la voce si interrompe. Ma è sempre la vivace e simpatica fioraia che tiene testa a De Sica ne “Il signor Max”.

«Oggi - commenta il regista - la tv ha cambiato tutto, gli attori li incontri anche per strada. All’epoca, invece, Cinecittà era un Olimpo». E quando, dopo i 65’, scorrono i titoli di coda sulle note di Germano Mazzocchetti viene da dar ragione ad Amelio: “In arte Lilia Silvi” non è un documentario. È il film su ciò che eravamo e non saremo più.

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